ma è proprio un blog?

Questo blog è un pò vecchio stile, intimista e quasi privato, lontano dai modelli futuristici, o politicamente impegnati, o socialmente costruttivi e di denso spessore culturale che mi capita di visitare e che spesso apprezzo e ammiro per la creatività e la profondità. Io mi sono semplicemente regalata uno spazio per rendere visibile ciò che scrivo e così farmi leggere e spogliarmi in pubblico, concedendomi solo ogni tanto qualche goffo tentativo sulla strada della tecnologia e qualche leggera digressione per riflettere su ciò che accade e mi colpisce. Non ho voglia di creare una rete di rapporti "in rete!"
Scrivo soprattutto per il piacere di farlo, anche se ammetto di essere incuriosita e coinvolta dal parere di chi mi legge ed entra così nel mio mondo.
Namastè, a tutti quelli che avranno voglia di farmi compagnia e di percorrere insieme a me un pezzetto del mio viaggio.

Masema e i suoi figli

Masema e i suoi figli
come eravamo...
omaggio a castaneda

"Ci sono milioni di strade. Un guerriero, di
conseguenza, deve sempre tenere presente che
una strada è soltanto una strada; se sente di non
doverla seguire, per nulla al mondo dovrà
indugiarvi. La decisione di proseguire su di essa
o di abbandonarla dev'essere presa
indipendentemente dalla paura o dall'ambizione.
Un guerriero deve considerare ogni strada con
attenzione e determinazione e c'è una domanda
che non può fare a meno di porsi: questa strada
ha un cuore?
Le strade sono tutte uguali: non portano da nessuna
parte. Ciononostante, una strada senza un cuore
non è mai gradevole. D'altro canto, una strada con
un cuore è facile...un guerriero non deve sforzarsi
per trovarla gradevole, essa rende il viaggio felice e
finchè un uomo la segue, è una cosa sola con essa. "


da " La ruota del tempo " di Carlos Castaneda

Informazioni personali

Non voglio ingabbiarmi in definizioni che ora potrebbero appartenermi e fra un attimo potrebbero essermi estranee. Tutte le informazioni contenute in questo spazio sono perciò volatili, un gioco di parole per far finta di essere seri e ridersi invece addosso subito dopo. Il mio obiettivo è quello di liberarmi della mia storia personale. La strada per arrivarci è forse quella di renderne pubbliche alcune parti, in modo che non vengano più protette dal segreto dell'intimità e possano vivere per conto proprio, staccandosi dal mio possesso. E' una strada come un'altra, basta percorrerla senza attaccamento.

sabato 19 aprile 2008

intervallo

Mi fermo, almeno per un pò.
Aspetto che le parole facciano silenzio dentro di me e mi permettano di ascoltarmi.
Quando mi sentirò di nuovo libera dalla loro tirannia potrò riprendere il gioco.

lunedì 31 marzo 2008

c'era una volta

Questa proprio ci mancava! Le insaziabili case produttrici di cosmetici hanno deciso di stanare le vecchiette a riposo, ormai rappacificate con le loro guance cadenti e i loro visi maculati, e di ributtarle nell'arena della competizione estetica, solleticandone l'amor proprio con la promessa di una crema miracolosa per il restauro di pelli chiamate eufemisticamente mature. Ora le signore over '70 potranno dimenticare l'alibi dell'età per giustificare e far accettare a se stesse e agli altri le scadenti performances della propria epidermide e si sentiranno chiamate a un altro round nella lotta contro la forza di gravità per conquistare l'eterna giovinezza. Chi non si sentirà preda dei sensi di colpa nel portarsi in giro una faccia più o meno adeguata all'età anagrafica, segnata dal passaggio di esperienze dolorose, dalla stanchezza di giorni sfibrati da lotte e da attese, dall'affanno del tempo? Ricordo che arrivata ai quaranta anni, all'età in cui mia nonna era già vecchia e mia madre si avviava ad esserlo, il mondo dello spettacolo e le pagine dei giornali femminili si misero a scodellare in prima pagina i visi levigati e i corpi da adolescenti delle mie coetanee più o meno famose, e che incominciò così a insinuarsi nell'immaginario collettivo l'idea che si potesse ritardare in modo consistente l'avanzare delle stagioni con i suoi sgradevoli effetti collaterali e che si potesse quindi allargare il tempo del piacere. Sembrava una conquista, un omaggio del generoso progresso alla grazia delle donne e molte di noi abbandonarono in un ripostiglio della memoria le velleità femministe, seppellendo sotto oscuri sensi di colpa, ma con un certo sollievo, il rifiuto di ogni compromesso con le trappole del consumismo edonista. Molte di noi approfittarono sfacciatamente e con allegria di ogni opportunità offerta dal mercato per conservare il proprio corpo in stand by, il più vicino possibile allo standard dei trent'anni, per sostenere il già precario equilibrio dell'impalcatura delle guance e regalarsi quell'aria da lolite intelligenti che sapeva tanto di liberazione e di sfida. Alla prima scadenza decennale però, cioè verso i cinquant'anni, parecchie di noi iniziarono a sentirsi un pò stanche del passaggio obbligato davanti al giudizio di specchi implacabili e a non aver più tanta voglia di esibirsi nel loro splendore sempre più maturo. Il mondo dello spettacolo però, entrato ormai con la grancassa della televisione in tutti gli spazi della vita quotidiana, continuava a scodellarci come modelli da emulare le nostre coetanee sempre più attempate, dall'aspetto sempre più levigato, sempre più luminoso e sempre più irraggiungibile. Lo smantellamento dell'idea che la vecchiaia è un processo naturale e non una iattura da scongiurare a qualunque prezzo era ormai in pieno sviluppo e faceva ormai parte delle certezze angoscianti del nuovo universo femminile. Ciò che prima sembrava, e forse lo era davvero, un gioco piacevole con noi stesse e con la nostra immagine in viaggio nel tempo, una piccola sfida creativa per imparare a gestirci con amore e con allegria, stava incominciando a diventare una sorta di imperativo morale. Una specie di incubo travestito da miracolo della scienza estetica verso la quale sentirsi coatte debitrici. Guance dai contorni non ben definiti e corpi cellulitici potevano arrivare a scatenare crisi di ribrezzo e disapprovazione sociale e allora via con sacrifici e digiuni, via con crisi di rifiuto delle proprie defaillances fisiche e con estenuanti confronti davanti alle vetrine impietose di boutique per anoressiche, per essere all'altezza di un'età da cui il traguardo della vecchiaia sembrava allontanarsi ogni anno di più, fino ad apparire paradossalmente come un miraggio. C'era però,fino a ieri, un'età che almeno per un residuo di pudore e di buonsenso sembrava vivere la sua stagione al riparo dall'obbligo sociale dell'apparire ancora giovani, l'età che un tempo veniva considerata veneranda e poteva perciò godersi il diritto al riposo. Parlo dei settant'anni, più o meno, del momento della saggezza e della riflessione, della consapevolezza e della quiete della mente e del corpo. Ora anche su quella soglia incombe lo spauracchio di uno specchio deformante. La prossima crociata riguarderà le ottantenni e, visti gli sviluppi prodigiosi, non si prevedono limiti al virtuale "c'era una volta la vecchiaia...". Non desidero, sia ben chiaro, un mondo appesantito da anziani passivi e senza amore per se stessi, non desidero un mondo reso triste da persone incapaci di gestire con intelligenza e ironia le diverse tappe della propria vita, desidero però un mondo che non codifichi il concetto di bello secondo i canoni della pubblicità e del mercato, un mondo in cui non si utilizzi la fragilità per soddisfare interessi materiali, un mondo in cui ognuno possa sentirsi a casa anche se non indossa l'abito della festa. Ci stanno provando, su diversi fronti, a burattinizzarci. Dove hanno nascosto l'idea della bellezza interiore? Continuiamo a coltivarla, magari mentre ci massaggiamo il viso con le creme anti-rottamazione, e siccome siamo guerriere scegliamo noi il modo in cui lottare e le armi da usare.

venerdì 28 marzo 2008

chiaroscuri

Ho attraversato a occhi chiusi pezzi di cielo e strade di sassi senza segnali, ho galleggiato nella pioggia di nuvole attaccate alle stelle e nell'umidità di grotte abitate dai respiri del tempo e sono arrivata fin quì con lo stupore di un naufrago che non sa nuotare e si ritrova a rotolare nella sabbia di un atollo. Guardo il mare che mi ha accompagnato sulla riva e ne sento nella lingua il sale e l'azzurro. Nei rari momenti in cui ho aperto gli occhi me li sono bruciati col vento e con l'oro del sole e ne porto sotto le palpebre il dolore e la nostalgia. Una parte del viaggio è compiuta e ora guardo nell'acqua i brandelli delle mie valigie cariche di parole e di sonno, di battaglie perse e di girotondi intorno al pozzo delle fate. Mi allontano dall'onda. Lascio i rimpianti al largo, non voglio zavorre nel tempo della raccolta, nè facili sorrisi. Ho raccattato per strada i segnali per imparare a capire il silenzio e a non temere la mancanza di attese. Mi poto l'anima e guardo con amore la luce di un giardino d'inverno.

mercoledì 12 marzo 2008

senza titolo

Prima o poi sentiamo tutti nella pelle la fatica di vivere. Può entrare a tradimento nella voglia di ridere, scolorandola coi fili di una nostalgia senza contorni, o aggrappandosi all'affanno di un domani in agguato, o sciogliendosi fra il grigiore di un risveglio senza curiosità. Può arrivare anche col niente, da una terra che non conosci, sospesa nell'assenza. E allora ti guardi attorno e cerchi il tuo campo di battaglia, ma non trovi sotto i piedi il terreno sul quale mantenerti in equilibrio per lottare e sentire che ci sei.
Prima o poi ci affacciamo tutti alla bocca di baratri senza nome. C'è chi guarda nel vuoto e gira lo sguardo, c'è chi tocca il mistero e sa dove andare, e c'è chi sospende nel nulla i passi delle proprie giornate.
E' a chi sta in bilico fra il fascino del vuoto e la sfida del mistero che voglio dedicare questo post e, naturalmente, a me stessa e alla mia quasi-sana schizofrenia

sabato 8 marzo 2008

voglia di puzzle

Cerco mamme senza retorica della maternità. Cerco mamme disposte a ricordare senza romanticismo i dolori del parto vissuti con poca dignità e ad ammettere senza vergogna che neanche il corpicino cianotico e peloso della loro creatura appena nata è stato in grado di cancellare la lacerazione della carne. Cerco mamme stanche senza aureola, depresse senza sensi di colpa, cariche di sonno e arrabbiate di fronte ai capricci e ai pianti incomprensibili dei loro pargoletti, mamme in fuga da un allattamento reso crudele da ragadi e suture, mamme capaci di abbandonare ogni tanto il sorriso soddisfatto di chi vive in costante adorazione del proprio prodotto confezionato senza difetti, ed è pronto a lottare contro chiunque non ne condivida la meraviglia. Cerco mamme poco eroiche che si rifiutino di dimenticare se stesse e di farsi vampirizzare dalla prole. Cerco mamme lontane da quelle che, in nome dei figli, rinunciano a oltranza e in modo inconsapevole alla propria esistenza, e preparano così l'ingresso in società di bambini e poi adulti arroganti, fragili e infelici, abituati a sentirsi l'ombelico del mondo e impreparati a convivere con chi non può e non vuole considerarli tali. Cerco mamme oneste che non diventino tigri solo per difendere i propri rampolli e calpestare per questo le ragioni degli altri. Cerco mamme coraggiose e cattive che non abbiano sempre voglia di sorridere e di accarezzare e coccolare i propri "tesori", e che ogni tanto abdichino e si chiudano la porta alle spalle, mamme in crisi che non si sentano adeguate al compito di genitrici, che stiano ancora cercando di tirar fuori dalla confusione i pezzetti sparsi di un istinto materno soffocato sotto rabbie e paure, che abbiano sbagliato su tutti i fronti e che non abbiano più tempo per rimediare. Cerco mamme che si vogliano bene e che non pretendano che i figli le contraccambino con la stessa intensità. Cerco mamme felici di vivere lontane dai propri ragazzi che faticano a diventare grandi, e preparate ad accompagnarli nella loro crescita con il distacco. Cerco mamme che non sbandierino la sindrome del nido vuoto come il vessillo di un amore più profondo di quello degli altri, regalando così ai membri della covata eterni sensi di colpa per aver abbandonato la chioccia e il suo bisogno compulsivo di continuare ad allattare. Cerco mamme che la sindrome del nido vuoto non sappiano neppure cosa sia, perchè hanno saputo riempire con il gusto della scoperta e dell'avventura gli spazi della loro vita, che abbiano l'impudicizia di confessarlo pubblicamente e il coraggio di esporsi all'ostracismo sociale. Cerco mamme che non abbiano bisogno della patente di martiri per accettarsi e farsi accettare. Cerco mamme senza certezze e senza gloria, mamme serene, consapevoli della grandezza, della fatica e della magia del loro compito, e amanti della vita nonostante il dolore. Cerco mamme senza bandiere e senza etichette, che nutrano se stesse nutrendo l'amore per gli altri, che aprano le porte delle stanze dei figli per far compagnia alle loro angosce e ai loro deliri e che riescano a tenerle chiuse per custodirne il mistero. Cerco mamme che sentano nella pelle la voglia di accarezzare, che riescano a fermare il tempo per curare le ferite e gli strappi, che non abbiano dubbi quando si abbandonano al cuore e non ascoltano gli alibi della mente. Cerco mamme imperfette e bellissime nei loro limiti, che abbiano la forza di accettare e mostrare le proprie debolezze e liberino i figli da un confronto castrante. Cerco mamme guerriere, capaci di mettere in fuga i fantasmi del buio dagli occhi dei propri bambini, che ne accolgano senza vergogna i difetti, senza aspettative le scelte e senza competizione i sorpassi e gli insegnamenti. Cerco mamme che sappiano comprendere e superare il passato e che non sentano il bisogno di controllare il futuro. Cerco mamme più grandi dei tabù, delle regole e della paura, che rinascano nei dolori e nelle luci della sala parto e gustino lo stupore e la profondità di un mistero che si rinnova ogni volta grazie al loro esserci col corpo, senza attesa di risposte. Cerco mamme che abbiano conservato la voglia di ridere e che sappiano gattonare, che s'inventino le parole e si addormentino con le ninne nanne. Cerco mamme che non leggano i calendari e riescano a rubare al tempo le carezze mai date, per riprenderle in mano e lasciarle libere di volare. Cerco mamme che si perdonino e che sappiano perdonare, che perdano l'orientamento e si facciano guidare dall'istinto, dal gioco e da una follia consapevole. Cerco mamme che mirino alla luna e si mettano in viaggio. Cerco pezzetti di me per ritrovarmi in un puzzle senza schema, illuminarne l'argento e le ombre, e regalarlo a me stessa e ai miei figli per riconoscerci e permetterci di andare lontano.

martedì 26 febbraio 2008

Specie in via di estinzione. Dedicato al mio amico Gianni, soddisfatto estimatore di ogni tipo di ozio

Fra la massa che si incatena all'obbligo morale di ritenere il lavoro nobilitante e i pochi che aspirano alle delizie dell'ozio preferisco i secondi.
Fra la massa che si adatta al principio di realtà e i visionari che credono nella magia dei sogni preferisco i secondi.
Ecco perchè amo Lelio Luttazzi e Niky Vendola. Il primo per la splendida naturalezza con cui afferma che non gli piace lavorare e il secondo per la sua ammissione di colpevolezza, in quanto "reo di porto abusivo di sogno".
Aiutiamoci a non farli estinguere e proteggiamo la nostra salute.

grazie zaira

 
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"In alto, sugli stagni, sulle valli,
sopra i boschi, oltre i monti, sulle nubi
e sui mari, oltre il sole e oltre l'etere,
al di là dei confini delle sfere
stellate, tu, mio spirito, ti muovi
agilmente...
Fuggi lontano da questi miasmi
ammorbanti, e nell'aria superiore
vola a purificarti e bevi come
un liquido divino e puro il fuoco
che colma, chiaro, le regioni limpide.
( Fortunato ) colui che lascia andare i suoi pensieri
come le lodolette verso i cieli,
nel mattino, colui che sulla vita
plana e, sicuro, intende la segreta
lingua dei fiori e delle cose mute."

Baudelaire

venerdì 22 febbraio 2008

il varco

Ho scritto questo racconto otto anni fa, in onore del cancro che aveva deciso di visitare una parte del mio corpo e, più prosaicamente, per partecipare a un concorso che non ho vinto. Oggi forse scriverei un'altra storia.
Mi incuriosisce scoprire le diverse facce che un avvenimento può mostrarci, o meglio le diverse facce che noi mettiamo in luce di fronte a quello stesso avvenimento.
Forse proverò a riguardarmi a distanza di tempo, con gli occhi di adesso, sperando di ritrovarmi per lasciarmi libera di andare.
Ma questa è "un'altra storia" e deve ancora venir fuori...



" Il sole giocava con la punta delle frecce, mentre le Amazzoni incitavano i cavalli per raggiungere la loro regina e regalarle la vittoria. "
La bambina già volava con gli occhi incantati nelle terre del sogno e Paola, la nonna, chiuse il libro e continuò a parlare a se stessa con voce bassa. Si raccontava la storia di un regno felice, abitato da guerriere agili e forti, e per un attimo rabbrividì all'immagine dei loro seni sacrificati per fare spazio all'arco, a quella voglia di libertà imprigionata in una ferita.
Con un sorriso si sfiorò la lunga cicatrice quasi scolorita e si chiese dove potesse essere finita la sua parte di seno. Forse faceva bella mostra di sè nel "cimitero delle tette", come dicevano, in bilico fra l'ironia, l'orrore e la nostalgia le sue compagne come lei mastectomizzate. Una volta c'era un nodulo abbarbicato ai tessuti della sua mammella destra, sbucato fuori all'improvviso in un giorno pieno di giugno. Il ricovero aveva inghiottito d'un colpo l'estate appena assaporata, in una ricerca affannosa di pigiami senza buchi e di oracoli bugiardi.
Il tempo dell'ospedale era lungo di chiacchiere e di pantofole con piume di struzzo strascicate sul linoleum.
- " Signora, vuol firmare l'autorizzazione per l'anestesia? " -
Il medico aveva la bocca annoiata e il corpo distratto, lontano, lei naufragava nei vapori del lisoformio, lottando col semolino che non voleva proprio sapere di star fermo nel suo stomaco, disorientato dalla violenza del clistere.
- " Certo, dottore. " -
Il suo cervello giocava a nascondino con lo stupore e i suoi pensieri continuavano a rincorrere quella pallina mortale, così viva e vitale nello spazio di soli due centimetri e mezzo. Come aveva osato sfidare la sua onnipotenza, invadendo senza preavviso il suo corpo inospitale? Paola aveva da tempo tagliato i ponti con il suo passato carnivoro e caffeinomane, si nutriva di vegetali e di passeggiate e si svegliava al mattino con l'odore del mare, in una culla morbida di affetti. Che cosa aveva squarciato la sua corazza e dato inizio alla danza delle cellule in un'orgia di anarchia? Il nodulo era forse schizzato in superficie per punirla di qualcosa? Per trovare una risposta doveva chiudere i manuali di medicina e scendere in fondo, nelle viscere della sua paura, ancora più in fondo della sua soglia di comprensione, in un corpo a corpo con quella parte di sè che aveva seppellito senza perdono.
Il corridoio dell'ospedale incominciò a perdere i suoi contorni e lasciò il posto a un altro corridoio pieno di nicchie, con madonne immacolate e martiri sorridenti e lei si rivide, bambina di undici anni, correre nel terrore per raggiungere al buio la sua camerata e rifugiarsi nel letto. I muri del collegio erano pieni di voci e di ombre, cementati con l'odore dell'incenso e l'alito del confessionale.
- " Hai avuto pensieri impuri, figliola? " -
Del prete conosceva soltanto il respiro, che sapeva di affanno e di acido di mele.
- " Ti sei toccata? " -
Con angoscia la bambina ripercorreva i pensieri della giornata e confessava come una colpa quel suo bisogno di tenerezza e di baci.
- " Mi assolve, padre? " -
La sera rannicchiava le gambe sotto le lenzuola per regalarsi un pò di compagnia.
Lo sguardo inquisitore della suora lacerava allora il fragile paravento che la proteggeva dai respiri e dai sogni agitati delle sue vicine di letto, si fermava in silenzio sul suo viso e le scendeva poi lungo il collo fino al petto. Era costretta, allora, a tirar fuori le mani e a posarle sulle coperte in attesa della punizione, sentendosi colpevole come un ladro scoperto a rubare per sfamarsi. Si vergognava senza sapere perchè e si stringeva nelle spalle.
Forse il seme di quel carcinoma aveva avuto la sua culla in quel nascondersi dentro lo sterno, in quella voglia segreta di cercarsi di nascosto a dispetto dei fioretti?
Stava arrivando la barella con l'infermiera e Paola si sentì addosso il freddo della sala operatoria. Quando vide oltre il vetro il viso bello di sua madre pensò con imbarazzo che sotto il camice era nuda. Lesse nelle sue occhiaie il terrore dell'abbandono, sentì che quel momento di debolezza materna stava sciogliendo dentro di lei il groviglio confuso di odio mai confessato e di carezze sospese e seppe allora che poteva perdonarle la sua perfezione e la sua distanza.
Il tempo dell'attesa le stava regalando attimi d'infinito, per farle rivivere e recuperare la sua fatica di crescere. Paola viaggiava nella memoria delle emozioni non più col ricordo della mente, ma col respiro del corpo, per riappropriarsi dell'energia dispersa nello sforzo di trovarsi e amarsi senza condizioni.
In un altro tavolo operatorio aveva lasciato molti anni prima un'altra parte di sè. Doveva chiamarsi Alice la bambina mai nata, rimasta nel limbo dei desideri, uccisa dal suo utero ribelle. Era molto giovane, allora. Sentiva il richiamo di una pienezza possibile oltre la procreazione, oltre i sorrisi di tutte quelle mamme gonfie di latte e di possesso, ma nel caos della ricerca di un senso al suo essere donna stava spezzando i legami con la sua integrità.
Ricopriva di spigoli il suo corpo, per rincorrere il sogno di una guerriera senza pietà e senza debolezze e profanare in una sfida l'altare della maternità.
Per anni la fragilità negata le era però cresciuta dentro e in silenzio aveva nutrito le sue lacerazioni.
- " Nonna, perchè ridi? " -
Davanti allo specchio la donna si divertiva a fare buffe boccacce.
La nipotina era tornata dalle terre del sogno con la pelle fresca di latte e l'aroma di vaniglia. Anche Paola era tornata dal suo viaggio nelle sale operatorie e nei frammenti della memoria impressi nella sua pelle come tatuaggi. Ora guardava senza rabbia il suo corpo ferito, sapeva di bagnoschiuma. Ora non era più onnipotente e accettava le sue lacrime. Una nuova energia rendeva fluido ogni suo passo. L'amputazione della parte destra della sua femminilità aveva creato un varco nella sua corazza d'argilla per farle raggiungere e abbracciare la sua paura, farle toccare il suo lato ancestrale e risvegliare la dea che vive nel silenzio di ogni donna.
Ripensò alle Amazzoni e al loro sogno perduto e sfiorò la cicatrice con gratitudine. Guardò la bambina con un amore nuovo e desiderò per lei un volo oltre il dolore, senza bisogno di frecce per ricongiungersi al sole.

l'occhio delle parole per raccontare un pezzetto di bolivia

 
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giovedì 21 febbraio 2008

 

 

 
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