Tutto nasce dalla voglia di portarmi a casa un pezzetto dei miei viaggi e di portare nei miei viaggi un pezzetto di casa, senza ben capire dove stia il confine e se un confine esiste.
L’abitudine a etichettare mi tiene compagnia durante il volo. Io sono da una parte, la viaggiatrice illuminata, la vagabonda dello spirito, gli altri di là, ingabbiati nella loro banalità, volgari nella loro ricerca godereccia del posto da consumare. Tutti vanno a Kovalam, la riviera romagnola dell’India.Una ragazza angelicata ostenta una vistosa sacca per lo yoga e giurerei che per lei si tratti soltanto di un’alternativa esotica alla palestra e non di un percorso dell’anima. Dal bagaglio di un quarantenne palestrato sbuca una racchetta da tennis e mi chiedo in quale albergo dovrà mai atterrare! Due ragazze anoressiche si scambiano illuminanti opinioni sui locali notturni indiani. Immagino che nella loro valigia non manchi lo slip al filo interdentale da esibire sulla spiaggia e che abbiano sbagliato destinazione, pensando forse di approdare a Ibiza! Più in fondo qualcuno informa i presenti di essere in “stand by”, scambiando la “mia” magica India per un parcheggio in cui scaricare lo stress e la noia! Incominciamo bene! Non doveva essere un viaggio all’insegna della demolizione dei miei vecchi schemi mentali? Il mio ego e il mio giudice interiore sembrano ringalluzzirsi ad alta quota e i buoni propositi di uscire dalla gabbia del conformismo galleggiano nel torpore di una digestione post pranzo di bordo finto vegetariano. La discesa è umida. L’aria dell’India mi avvolge per salutare il mio ritorno e io mi sento a casa. I grossi fiori rossi parlano di sole, così come il sudore appiccicoso che mi cola con rivoli di smog lungo la schiena. Tutto come sempre: l’assalto dei tassisti, la contrattazione pubblica, la materializzazione di gruppi di ascolto intorno alla pomposa vecchia Ambassador per seguire lo svolgersi della trattativa e scoprire chi si aggiudicherà la corsa. La privacy, qui, è un optional, un lusso non sempre disponibile. Può capitarti, all’uscita da un ristorante, di incappare in qualcuno che quasi ti strappa la ricevuta di mano per controllarne l’importo, o di dover condividere lo spazio di una cabina telefonica con un paio di orecchie spudoratamente attente alla tua conversazione. Farsi gli affari degli altri è un gesto accettato a livello sociale e può davvero essere un buon antidoto per l’insoddisfazione e la noia visto che i propri, di affari, non veleggiano nel mare della prosperità e ti lasciano tanto tempo libero! Penso con preoccupazione al giorno in cui dovessero introdursi sistemi in grado di preservare un minimo di riservatezza, almeno quella ipocrita di noi occidentali. Si rischierebbe di minare le basi di un’antica democrazia, milioni di persone potrebbero precipitare in una depressione collettiva! Perché togliere a un’immensa folla di nullafacenti coatti l’occasione per socializzare? Perché rubare loro gli spazi per il confronto e il controllo sociale e scipparli della soddisfazione di non sentirsi soli in una società così precaria? La città viaggia nel caos. Da un rikshaw spuntano la testa di un vitello e quelle di altri tre passeggeri e tutto appare normale. Qui lo spazio, così come il tempo, sembrano dilatarsi per accogliere chiunque voglia farne parte. Sui muretti che costeggiano la strada gruppi di uomini stanno accoccolati a chiacchierare per ore col bacino appoggiato sulle magrissime gambe piegate, nella posizione per loro tanto naturale e per noi causa certa di atroci dolori da contorsione. Il mio pensiero va ai vasi turchi e alla salutare ginnastica da equilibrista che mi aspetta per assolvere alle mie funzioni corporali, quando non saprò se maledire o rimpiangere la morbidità dei nostri water, accoglienti come poltrone e portatori di emorroidi. I suoni rotondi del malayalam mi accarezzano come onde musicali in un universo sconosciuto. Dai templi entrano ed escono senza sosta gruppi di pellegrini che vivono una spiritualità impregnata di gesti quotidiani, che mangiano all’ombra delle statue e le accarezzano col burro e le preghiere, parlano e cantano coi loro dei, contrattano coi visitatori e chiedono l’elemosina. Nella penombra risuonano i battiti delle mani per risvegliare l’attenzione delle divinità sorde e lo schiocco delle noci di cocco spezzate in onore di dei golosi. Le fioraie intrecciano per ore, sulle strade in cui s’aggirano cani ebbri di profumi, ghirlande di gelsomini e di rose e creano coi petali di campo ricami pazienti destinati a morire al tramonto. L’eternità dei riti cresciuti nel lento scorrere delle generazioni consacra la precarietà del presente, fra negozi in cui si celebra il trionfo del kitch e il festival della plastica. All’ombra di un grande Buddha rosa appeso fra scarpe, piattini per le offerte e collane di semi un bambino con gli occhi chiusi e in posizione yoga fa meditazione, nel suo spazio di silenzio.Il traffico della città si è arrestato davanti alla porta. E’ la stagione dei manghi in fiore.Ne cerco il profumo e mi metto in cammino.
giovedì 1 novembre 2007
incroci
Ho sfiorato, in questo viaggio, l’oro e gli strappi di tanti sari.
Ho respirato la potenza della Grande Madre Ganga, il fiume sacro che alimenta l’anima dell’India, nella vitalità, nella determinazione, nel dolore e nell’abbraccio di tutte le Vasundre che mi hanno messo un gelsomino tra i capelli.
la sposa bambina
La sua immagine per me è legata in modo indissolubile ai miei piedi e al suo tentativo di baciarmeli. Per dimostrarmi la sua gioia nel rivedermi si butta fino a terra per accarezzare le mie appendici che scoppiano di sudore e costringe le sue bambine a fare altrettanto, rischiando così un’intossicazione a causa degli effluvi che emanano dalle mie scarpe da ginnastica dopo una giornata di umidità indiana. Eh no, i piedi no! Non mi sono preparata per accettare simili atti di venerazione! Ingaggio una piccola lotta per impedirle di compiere un gesto per lei così naturale e per me così esagerato e leggo nei suoi occhi stupimento e delusione. Col mio rifiuto rispetto i dettami della mia formazione politico-sociale tanto impregnata di democrazia e mi sento eticamente a posto. I dettagli non contano, se si salvaguardano i principi! Non importa se impedisco a lei di sentirsi altrettanto rispettosa delle sue regole, e la privo della gioia di manifestarmi la sua devozione, il suo rispetto, la sua umiltà. Non importa se la costringo a comprimere nello spazio di un abbraccio un’emozione che ha bisogno di un gesto imparato fin da bambina per esprimersi nella sua pienezza, e la lego così a un debito di riconoscenza. Ho la presunzione di ritenere i miei schemi di comportamento più corretti e democratici di quelli della sua gente, e ho l’arroganza di imporli in un mondo di cui non conosco il codice, dove i concetti di dignità e rispetto, di umiliazione, uguaglianza e sottomissione si rapportano a un vissuto che parla un linguaggio per me incomprensibile. Non posso impedirle, però, di ornare ogni mattina i miei capelli con un fiore appena colto. Mi sento un pò come quei buoi agghindati per sfilare col carro nelle feste paesane, ma mi rispecchio nella soddisfazione dei suoi occhi e le sono grata per farmi sentire una regina. L’incontro con Vasundra mi apre le porte di un universo difficile da decifrare e da accettare, affascinante e terribile. Vasundra ufficialmente non esiste: come tutti i bambini del suo villaggio, così come era successo per i loro genitori e per i loro nonni, non è stata registrata all’anagrafe. Occupa un posto nella memoria collettiva di tutti quelli che l’hanno vista crescere nella pace lenta delle campagne e non si cura dello spazio lasciato vuoto negli archivi degli uffici, contenta di trovare diritto d’asilo fra le file di altre donne in coda agli sportelli delle banche dei poveri. Ha forse vent’anni, presume, e ricorda di essersi sposata da bambina. Mi mostra con orgoglio la foto del suo matrimonio e mi sembra una piccola principessa, col gelsomino nella treccia e un diadema di plastica lucente sulla fronte. E’ un pittoresco innesto di passato e futuro, di richiami ancestrali e miraggi consumistici, vissuti con la limpidità e l’inconsapevolezza di un bambino, calati nel suo presente di piccoli orizzonti quotidiani, liberi da ansie. E’ la gioia di camminare a piedi scalzi per continuare a sentire il contatto con la terra, incurante di escrementi e sputi che ingombrano la strada, e conservare nella pelle la voce dei campi assetati del suo villaggio ed è anche il tentativo di sacrificarsi dentro un paio di scarpe troppo grandi per lei. E’ il gusto di contrattare per un limone rinsecchito con il ritmo lento di chi vive le giornate in armonia col passaggio del sole e insieme il divertimento di armeggiare con un telefonino vecchio modello ricevuto in dono, in un gioco di velocità col tempo e con lo spazio. Mi racconta se stessa in un inglese creativo, modellato sul telugu dalla sua fantasia, imparato per intuito fra i panni da lavare nelle terrazze delle case acquistate dagli occidentali arrivati in vacanza spirituale nel suo paese. Nello spazio di un’ora mi regala col suo trasloco una lezione sulla leggerezza, riuscendo ad arrivare là dove nessun libro di filosofia zen era ancora riuscito a portarmi, oltre la mente, nel luogo del corpo e del cuore. In un giorno propizio per gli spostamenti, secondo il calendario hindu, si lascia alle spalle il buio di un corridoio che era tutta la sua casa, carica su un carretto le sue pentole d’alluminio e il televisore, regalo di nozze della madre, e si trasferisce in un nuovo appartamento. Anche qui mette in mostra i suoi tegami e continua a cucinare dentro un’unica pentola consumata dal riso. Anche qui, accovacciata per terra, continua a spargere le bucce delle patate sulle piastrelle della cucina, fra i quaderni e i libri delle sue bambine, sdraiate per terra a fare i compiti per lasciare il posto, sul tavolo di legno trasformato in altare, alle divinità profumate di ghirlande fresche e allietate ogni mattina dal suono delle campanelle. E’ a loro che lei affida la sua famiglia ed è a loro che riserva il posto d’onore. In un breve viaggio dal suo paese povero e polveroso verso il Kerala lussureggiante di frutti è costretta a vivere l’orgoglio e la fatica delle sue radici e a confrontarsi con la sua identità. Quasi messa alla porta in un pretenzioso alberghetto di città da un portiere attento a dettagli di casta per me indecifrabili, non si ribella e il suo sguardo parla di abitudine al rifiuto, di rassegnazione, di attesa. Superato l’ingresso, si lascia alle spalle l’attimo di esclusione e gioca con l’ascensore, con la sorpresa di un bambino che scopre un giocattolo sconosciuto. Esce poi dalla sua camera col gelsomino nella treccia e un paio di jeans, ricordo di qualche turista con la valigia troppo piena, e si tuffa negli odori del mercato dei fiori, ride e sorride, osserva, giudica e mi compra una rosa. Senza il suo sari sintetico ha perso la sua aria da piccola principessa orfana di fiabe, ma ha regalato agli angoli bui della sua infanzia di lavoro la spensieratezza della vacanza. Si porta addosso le coordinate del suo piccolo villaggio e con quelle delimita il mondo. La forma, il colore e la consistenza dei chicchi di riso fanno da spartiacque fra tutto ciò che per lei è patria e ciò che ne sta al di fuori. E’ convinta che l’India finisca con i confini del paese in cui vive e ne attraversa gli spazi sentendosi estranea alla sua stessa terra, in un intreccio di curiosità e nostalgia, di paura e di voglia di osare. Affacciata al finestrino del treno sembra volersi unire al respiro del mondo che scorre sotto i suoi occhi, mentre cerca con i piedi nudi la ruvidità delle zolle. Forse un giorno qualcuno dei suoi dei si accorgerà del profumo dei suoi fiori sul tavolo da cucina e ricambierà il suo sorriso.
la black lady
In un villaggio di polvere e di sterco, fra il ritmico battere sulle pietre dei panni da lavare e il sole che brucia le palme si affaccia a una porta il sorriso della black lady. E’ così che la chiama, a metà strada fra un’affettuosa ironia e un’accennata superiorità, la cugina dalle tonalità più sfumate. Sul suo viso un velo di polvere gialla tenta di spegnere l’intensità di cioccolato della sua pelle e l’impronta della sua casta. Ha diciotto anni, forse, e porta sulle spalle la fatica della sua condizione di nubile, che ha il colore troppo scuro della sua origine tribale e per questo paga il prezzo di una dote più pesante che non potrà mai conquistare. Penso ai miei pomeriggi inondati di sole alla ricerca di un’abbronzatura a rischio di melanoma, e a come i colori possano pennellare con sfumature di luce o di ombra i diversi orizzonti in cui si esprimono. Penso che una serata in pizzeria con gli amici corrisponde alla dote di una ragazza in attesa del matrimonio in una dimenticata comunità dell’India. Cerco di parare i miei sensi di colpa appellandomi al concetto del karma che anche i popoli devono scontare, e a tutti i bei discorsi sulla responabilità della propria situazione, sull’ipocrisia del buonismo, sulla pericolosità dell’assistenzialismo. Niente però dà un senso all’immagine di tutte quelle donne sfuggite con fatica alla pesante condizione di nubili per rinchiudersi nelle gabbie della violenza ubriaca di mariti senza dolcezza, riscattate agli occhi della società e umiliate nella loro intimità. Ho incontrato sui bordi delle strade le tagliatrici di pietre. Si consumano al sole e alle schegge di un lavoro duro come il granito sotto i colpi dei loro picconi e si trascinano a casa, la sera, attese da uomini assetati solo dei loro corpi sfiniti e delle poche rupie strappate al sudore, e destinate ad annegare nell’alcol. Lontano dalle vetrine delle città che parlano inglese e che non ricordano più i suoni del telugu o del tamil, è lo spirito dei villaggi a dettare le regole e a chiedere a ogni componente della comunità di rispettare i ruoli che nel tempo ne hanno garantito l’equilibrio e la sopravvivenza. Penso al sacrificio -non solo metaforico- di tante spose sugli altari dei loro mariti e non so se guardare con speranza o con preoccupazione alle insegne della coca cola, sempre più presenti nei paesaggi rurali. Qui, intanto, la nera signora aspetta il riscatto di un’altra prigione. Tra di noi soltanto un sorriso e una distanza che non posso e non voglio colmare. Vicino alla sua capanna pascola una capretta. Un vecchio uomo di cinquant’anni succhia con la bocca sdentata una caramella, con la golosità di un bambino alle giostre. Dentro, fra i piatti d’acciaio appoggiati a scolare sul pavimento di terra battuta e i poster di divi dai baffi corvini, una gallinella deposita le uova all’ombra di un piccolo altare colorato di dei. C’è un fresco di canne sul tetto. Fuori, il pomeriggio scoppia nel sole.
LA VOCE DELLE VERGINI NERE
Anche Geeta ha la pelle scura, una madre dal sorriso vecchio e un padre ubriacone. Vive in un villaggio vicino alle cascate, dove donne fuori casta iniziano all’alba le loro giornate, in fila vicino alla pompa dell’unico pozzo che distribuisce acqua solo per un’ora al mattino. Davanti agli ingressi delle povere case, costruite col contributo del governo in un deserto di polvere, fiorisce la magia di piccoli orti ayurvedici, che i bambini innaffiano giocando. Geeta frequenta il college della vicina città. Esce ogni mattina dalla fatica di notti prive di intimità, pesanti dei respiri paterni che odorano di alcol di palma da quattro soldi e si prepara ad affrontare il confronto con chi esce dal riposo di notti serene. Nello specchio di plastica appeso in cucina si riflette tutto il suo mondo. L’altare per gli dei profuma d’incenso accanto al fornello appoggiato per terra, e una tenda davanti al letto allontana dal suo sonno almeno gli sguardi e protegge l’oro dei suoi sari, che le apre le porte delle aule universitarie. Geeta è grata all’amica ricca e generosa che le permette coi suoi regali di seta di adeguarsi alle regole dell’Istituto e di sottrarsi così all’ignoranza, e impedisce ai suoi sogni di fuga di abortire su un pavimento di terra. Lei non sogna, come fanno tutte le sue coetanee, il matrimonio. Non desidera infilarsi in un vicolo cieco che la risbatterebbe dietro una tenda a respirare l’odore delle palme. E’ grata al sorriso vecchio di sua madre che la porterà lontano da quella cucina. Vuol volare in Europa, piccola donna manager, e di fronte alla sua voglia di lasciarsi alle spalle un futuro già segnato non hanno voce i sensi di colpa che vorrebbero incatenarla alla sua terra e al suo destino. Non metterà a repentaglio i suoi anni di studio contesi al sonno per lavorare al riscatto di una comunità senza ali, finché lei stessa non le avrà trovate, le sue ali. e non si sarà riappacificata con i pozzi secchi della sua infanzia e con le elemosine eleganti della sua adolescenza. Forse la memoria dei ritmi lenti delle sue campagne si scontrerà, domani, con la frenesia di giornate consumate nell’ansia. Forse la sera rimpiangerà il colore dei tramonti sulle sue risaie e qualche notte il pensiero dello sgangherato rikshaw del padre renderà più freddi i pavimenti della sua nuova casa. Forse la sua pelle cercherà con nostalgia il contatto con la seta dei sari ricevuti in dono. Forse. Mentre sogna e costruisce sui libri presi in prestito il suo esilio e la sua rivincita, Geeta condivide con la sua comunità la sacralità dei riti, la monotonia del riso quotidiano, l’allegria delle giostre spinte a mano nei giorni di festa. C’è un posto speciale in cui ama andare. Ai bordi della risaia, sotto l’ombra di un tamarindo, si nasconde l’altare delle vergini nere, sette piccole dee scolpite nella pietra che aspettano i fiori e le preghiere degli intoccabili. Solo qui i fuori-casta dei villaggi vicini possono rivolgersi al sonno dei loro dei senza paura di sentirsi stranieri. Le leggi indiane hanno abolito da tempo le caste, è vero, ma qui le voci del cambiamento seguono il ritmo sonnolento dei carri di legno trascinati dai buoi dalle corna infiorate. Qui, fra la gente di Geeta lontana dalle vetrine di Bangalore e dalle spiagge consumate dai turisti, ci si continua a sentire intoccabili e a rispettarne le regole e il destino. Anche Geeta è nata intoccabile e anche lei si avvicina a piedi scalzi al suo altare campestre per offrire alle sue dee il suo canto d’amore e di sfida. Ha una voce potente che arriva da un passato di dolore e di attesa, percorre ogni fibra del suo corpo e riempie l’aria di brividi d’emozione. Io lascio che la musica delle parole incomprensibili occupi lo spazio della mia mente, attraversi la distanza fino alla divinità e mi accompagni alle soglie del silenzio.
LA VOCE DELLE VERGINI NERE
Anche Geeta ha la pelle scura, una madre dal sorriso vecchio e un padre ubriacone. Vive in un villaggio vicino alle cascate, dove donne fuori casta iniziano all’alba le loro giornate, in fila vicino alla pompa dell’unico pozzo che distribuisce acqua solo per un’ora al mattino. Davanti agli ingressi delle povere case, costruite col contributo del governo in un deserto di polvere, fiorisce la magia di piccoli orti ayurvedici, che i bambini innaffiano giocando. Geeta frequenta il college della vicina città. Esce ogni mattina dalla fatica di notti prive di intimità, pesanti dei respiri paterni che odorano di alcol di palma da quattro soldi e si prepara ad affrontare il confronto con chi esce dal riposo di notti serene. Nello specchio di plastica appeso in cucina si riflette tutto il suo mondo. L’altare per gli dei profuma d’incenso accanto al fornello appoggiato per terra, e una tenda davanti al letto allontana dal suo sonno almeno gli sguardi e protegge l’oro dei suoi sari, che le apre le porte delle aule universitarie. Geeta è grata all’amica ricca e generosa che le permette coi suoi regali di seta di adeguarsi alle regole dell’Istituto e di sottrarsi così all’ignoranza, e impedisce ai suoi sogni di fuga di abortire su un pavimento di terra. Lei non sogna, come fanno tutte le sue coetanee, il matrimonio. Non desidera infilarsi in un vicolo cieco che la risbatterebbe dietro una tenda a respirare l’odore delle palme. E’ grata al sorriso vecchio di sua madre che la porterà lontano da quella cucina. Vuol volare in Europa, piccola donna manager, e di fronte alla sua voglia di lasciarsi alle spalle un futuro già segnato non hanno voce i sensi di colpa che vorrebbero incatenarla alla sua terra e al suo destino. Non metterà a repentaglio i suoi anni di studio contesi al sonno per lavorare al riscatto di una comunità senza ali, finché lei stessa non le avrà trovate, le sue ali. e non si sarà riappacificata con i pozzi secchi della sua infanzia e con le elemosine eleganti della sua adolescenza. Forse la memoria dei ritmi lenti delle sue campagne si scontrerà, domani, con la frenesia di giornate consumate nell’ansia. Forse la sera rimpiangerà il colore dei tramonti sulle sue risaie e qualche notte il pensiero dello sgangherato rikshaw del padre renderà più freddi i pavimenti della sua nuova casa. Forse la sua pelle cercherà con nostalgia il contatto con la seta dei sari ricevuti in dono. Forse. Mentre sogna e costruisce sui libri presi in prestito il suo esilio e la sua rivincita, Geeta condivide con la sua comunità la sacralità dei riti, la monotonia del riso quotidiano, l’allegria delle giostre spinte a mano nei giorni di festa. C’è un posto speciale in cui ama andare. Ai bordi della risaia, sotto l’ombra di un tamarindo, si nasconde l’altare delle vergini nere, sette piccole dee scolpite nella pietra che aspettano i fiori e le preghiere degli intoccabili. Solo qui i fuori-casta dei villaggi vicini possono rivolgersi al sonno dei loro dei senza paura di sentirsi stranieri. Le leggi indiane hanno abolito da tempo le caste, è vero, ma qui le voci del cambiamento seguono il ritmo sonnolento dei carri di legno trascinati dai buoi dalle corna infiorate. Qui, fra la gente di Geeta lontana dalle vetrine di Bangalore e dalle spiagge consumate dai turisti, ci si continua a sentire intoccabili e a rispettarne le regole e il destino. Anche Geeta è nata intoccabile e anche lei si avvicina a piedi scalzi al suo altare campestre per offrire alle sue dee il suo canto d’amore e di sfida. Ha una voce potente che arriva da un passato di dolore e di attesa, percorre ogni fibra del suo corpo e riempie l’aria di brividi d’emozione. Io lascio che la musica delle parole incomprensibili occupi lo spazio della mia mente, attraversi la distanza fino alla divinità e mi accompagni alle soglie del silenzio.
l'attrice di strada
Madre natura sembra essersi distratta in quest’angolo di mondo, dove qualcuno dice che si aggiri il maggior numero di anime alla prima incarnazione. Sarà per questo carico che lungo le strade si trascinano i corpi incompleti di tanti mendicanti e che si sente nell’aria il peso di tale fatica. Qui si lotta ogni giorno per poter strappare un posto in prima fila in cui esibire le proprie deformità, e grazie ad esse intenerire o sconvolgere la coscienza dei passanti e così procurarsi il salario quotidiano. Lei emerge sulla folla col suo sari sbiadito e la sua prepotenza. A lei madre natura ha prestato attenzione, regalandole un aspetto da regina e denti perfetti. Il suo posto di lavoro è il pezzo di strada più affogato di pellegrini, il suo strumento gli occhietti cisposi di un bambino attaccato al suo collo. Ha un sorriso sfacciato, il corpo flessuoso e uno sguardo che fruga negli occhi. Mi chiede un litro di latte per il figlioletto affamato. Non sono più disposta a distribuire rupie per alimentare l’accattonaggio! Ho rimuginato per tanto tempo sui sensi di colpa che noi occidentali ci portiamo addosso insieme alla memoria delle nostre prepotenze e non credo che potremo saldare il conto cavandocela con un pò di elemosina! Rupie no, va bene, ma come negare il latte a un bimbo che ha fame? Entro nel negozio più vicino, guarda caso proprio all’angolo, e dopo aver compiuto il mio dovere mi allontano, in pace con la mia coscienza e con il mio passato colonialista. Mentre cerco di districarmi fra tutte le altre mani che chiedono e i moncherini che mi vengono agitati davanti agli occhi mi giro un attimo e vedo l’ondeggiare del suo sari sulla porta del negozio. La vedo uscire con un litro di latte in meno e una manciata di spiccioli in più. Sono combattuta fra la rabbia e l’ammirazione. Mi sento presa in giro e lascio che il mio ego si agiti e si senta ferito da una piccola truffatrice, ma insieme mi gusto la sua interpretazione nell’animato teatro di strada. Cresciuta fra la polvere e la sete di queste campagne non ha strumenti per fregare il destino e cambiare lo scenario della sua vita. Può solo recitare la parte che le è stata assegnata. Mette in atto da anni tutti i giorni la sua piccola rappresentazione con spettatori sempre diversi e con bambini presi in prestito, e chiede alla sorte di pagarle almeno il pedaggio. Più avanti la scena assume contorni più cupi e diventa tragedia. Non c’è spazio per la scelta delle parti e dei ruoli. Non si recita in questo pezzo di strada, dove il bastone di un poliziotto color cachi si abbatte su un mendicante che ingombra il passaggio con un rumore di legno secco e con la stessa noncuranza con cui ammacca la lamiera di un rikshaw per farlo spostare. Ci saranno davvero nei dintorni tante anime alla loro prima incarnazione? Mi giro verso l’albero dei desideri e chiedo allo spirito che lo abita di poter scoprire, il prossimo anno, di quale colore saranno gli occhi del bambino attaccato al collo della mia giovane attrice di strada.
il tatuaggio
Al largo l'oceano di notte é un pulsare di luci. Domani le barche dei pescatori scodelleranno sui tavoli dei troppi ristoranti pesci esagerati, offerti come scalpi dai sorrisi di camerieri servili, e rifiutati dai clienti, che li immaginano gonfi dei corpi trascinati in acqua dallo tsunami. Il mattino quì a Varkala ha la grazia dello yoga. La spiaggia si sveglia con le pennellate di arancio, di giallo e di viola dei tappetini da meditazione rivolti ai colori dell'alba, e la nenia dei canti sacri s'intreccia con i suoni gutturali di chi si purifica ed espelle il catarro della notte. All'arrivo del sole il silenzio del raccoglimento e l'ascolto della voce del proprio corpo in preghiera lasciano il posto alle tinte chiassose di un mercato che si vende ogni giorno lungo i bordi della strada. Cammino fra il patchwork delle botteghe, passando dai banchi che espongono ametiste e turchesi ai piccoli laboratori dei piccoli sarti tibetani, capaci di confezionarti nello spazio di un inchino ciò che una sartoria italiana finirebbe in una settimana. Fra gli arabeschi di un tappeto appeso a far da tenda nell'ingresso di un negozietto si fa avanti una ragazza che mi invita a comprare. Mi faccio incantare dalle linee all'hennè che le incorniciano il mento, il naso e un lato della fronte e rendono ancora più indecifrabile l'oscurità dei suoi occhi. Le faccio i complimenti, con il distacco di una turista di passaggio che vuol mostrarsi educata e gentile verso il paese che la ospita. Non ho nessuna intenzione di rallentare la corsa delle mie vacanze per fermarmi a raccogliere frammenti di vite che non mi appartengono. Ancora una volta però l'emozione di una storia mi costringe a fare una sosta, ad attraversare la distanza che mi rende straniera a questa terra e a sfiorarne almeno il mistero. Ancora una volta sono costretta ad andare oltre la merce che questa terra espone nelle sue bancarelle di colori e luccichii di specchietti, ad amarla per la bellezza che trattiene anche nel dolore e a rispettarla anche per tutto quello che non posso capire. Nel villaggio della ragazza le donne ricamano da sempre sulle trame dei tappeti i simboli della loro storia. Lì le mamme tessono come Parche il destino delle proprie figlie con oscuri ricami sulla trama dei loro visi, per rendere visibili l'orgoglio di un'appartenenza e le tracce di un passato da custodire. Le bambine crescono portandosi sulla pelle l'indelebilità di segni che parlano di identità tribale e che le mettono al riparo di una comunità dentro i cui confini si sentono riconosciute e accettate. Ora dentro quel villaggio sono arrivati i richiami e le voci di un villaggio più grande che ne sta sradicando le barriere protettive. Le bambine diventate donne si caricano sulle spalle i tappeti tessuti coi colori delle loro campagne e li portano lontano, sulle spiagge attraversate da passaggi stranieri, costrette a confrontarsi con altri visi e altri vissuti. Ciò che prima parlava di fierezza e le legava alla trama di un passato comune ora pesa come una catena e brucia come un marchio. La ragazza vorrebbe strappare le linee incise sul suo volto, segni di un codice che non vuole o non sa più decifrare, vorrebbe strapparsi di dosso l'ipoteca di un futuro intrappolato in un disegno e cresciuto sulla sua pelle a sua insaputa. Non s'incrociano, i suoi ricami, coi ricami che fioriscono sui corpi abbronzati dei giovani rasta e che parlano di avventure da ricordare e di passioni da raccontare. La informo che ora esiste una tecnica per cancellare i tatuaggi. Mi sorride, ma soltanto con le labbra. Sa che nessuno potrà mai cancellare i suoi tatuaggi, perchè nessuno potrà mai cancellare la sua storia. Oscilla fra l'amore per un passato che le appartiene e il desiderio di un futuro che non può scegliere. Mi sembra di vivere in una fiaba senza fate e senza magia. Sulla spiaggia intanto tre donne entrano in acqua coi loro sari e quando escono si rotolano nella sabbia felici come bambine delle elementari in gita scolastica. Due capelloni quarantenni con infradito e sarong posano sullo sfondo dell'oceano per la foto ricordo insieme alla venditrice di noci di cocco. Più avanti una coppietta di fidanzatini si tiene per mano e si sorride, aspettando che l'onda li copra. Anche loro sono vestiti, ma lei indossa un paio di jeans. Ha lasciato alla memoria della madre il lungo rito per fasciarsi ogni mattina nella seta del sari, sospesa in uno spazio che la sua generazione avrà il compito di modellare. Forse ha fatto il primo passo verso una maggiore libertà, avvicinandosi ai modelli che arrivano coi voli charter da oltre oceano e spediscono cartoline coi visi tatuati delle bellezze locali, forse dovrà aver cura di proteggere l'immagine di quei sari che si gonfiano d'acqua, e la gioia del contatto con la sabbia, e lo sguardo incantato delle famigliole in piedi davanti all'oceano a godere il tramonto del sole. Al largo passa un gioco di delfini. Con un battito di ciglia lascio la scogliera e mi creo altre pagine di realtà.
il tatuaggio
Al largo l'oceano di notte é un pulsare di luci. Domani le barche dei pescatori scodelleranno sui tavoli dei troppi ristoranti pesci esagerati, offerti come scalpi dai sorrisi di camerieri servili, e rifiutati dai clienti, che li immaginano gonfi dei corpi trascinati in acqua dallo tsunami. Il mattino quì a Varkala ha la grazia dello yoga. La spiaggia si sveglia con le pennellate di arancio, di giallo e di viola dei tappetini da meditazione rivolti ai colori dell'alba, e la nenia dei canti sacri s'intreccia con i suoni gutturali di chi si purifica ed espelle il catarro della notte. All'arrivo del sole il silenzio del raccoglimento e l'ascolto della voce del proprio corpo in preghiera lasciano il posto alle tinte chiassose di un mercato che si vende ogni giorno lungo i bordi della strada. Cammino fra il patchwork delle botteghe, passando dai banchi che espongono ametiste e turchesi ai piccoli laboratori dei piccoli sarti tibetani, capaci di confezionarti nello spazio di un inchino ciò che una sartoria italiana finirebbe in una settimana. Fra gli arabeschi di un tappeto appeso a far da tenda nell'ingresso di un negozietto si fa avanti una ragazza che mi invita a comprare. Mi faccio incantare dalle linee all'hennè che le incorniciano il mento, il naso e un lato della fronte e rendono ancora più indecifrabile l'oscurità dei suoi occhi. Le faccio i complimenti, con il distacco di una turista di passaggio che vuol mostrarsi educata e gentile verso il paese che la ospita. Non ho nessuna intenzione di rallentare la corsa delle mie vacanze per fermarmi a raccogliere frammenti di vite che non mi appartengono. Ancora una volta però l'emozione di una storia mi costringe a fare una sosta, ad attraversare la distanza che mi rende straniera a questa terra e a sfiorarne almeno il mistero. Ancora una volta sono costretta ad andare oltre la merce che questa terra espone nelle sue bancarelle di colori e luccichii di specchietti, ad amarla per la bellezza che trattiene anche nel dolore e a rispettarla anche per tutto quello che non posso capire. Nel villaggio della ragazza le donne ricamano da sempre sulle trame dei tappeti i simboli della loro storia. Lì le mamme tessono come Parche il destino delle proprie figlie con oscuri ricami sulla trama dei loro visi, per rendere visibili l'orgoglio di un'appartenenza e le tracce di un passato da custodire. Le bambine crescono portandosi sulla pelle l'indelebilità di segni che parlano di identità tribale e che le mettono al riparo di una comunità dentro i cui confini si sentono riconosciute e accettate. Ora dentro quel villaggio sono arrivati i richiami e le voci di un villaggio più grande che ne sta sradicando le barriere protettive. Le bambine diventate donne si caricano sulle spalle i tappeti tessuti coi colori delle loro campagne e li portano lontano, sulle spiagge attraversate da passaggi stranieri, costrette a confrontarsi con altri visi e altri vissuti. Ciò che prima parlava di fierezza e le legava alla trama di un passato comune ora pesa come una catena e brucia come un marchio. La ragazza vorrebbe strappare le linee incise sul suo volto, segni di un codice che non vuole o non sa più decifrare, vorrebbe strapparsi di dosso l'ipoteca di un futuro intrappolato in un disegno e cresciuto sulla sua pelle a sua insaputa. Non s'incrociano, i suoi ricami, coi ricami che fioriscono sui corpi abbronzati dei giovani rasta e che parlano di avventure da ricordare e di passioni da raccontare. La informo che ora esiste una tecnica per cancellare i tatuaggi. Mi sorride, ma soltanto con le labbra. Sa che nessuno potrà mai cancellare i suoi tatuaggi, perchè nessuno potrà mai cancellare la sua storia. Oscilla fra l'amore per un passato che le appartiene e il desiderio di un futuro che non può scegliere. Mi sembra di vivere in una fiaba senza fate e senza magia. Sulla spiaggia intanto tre donne entrano in acqua coi loro sari e quando escono si rotolano nella sabbia felici come bambine delle elementari in gita scolastica. Due capelloni quarantenni con infradito e sarong posano sullo sfondo dell'oceano per la foto ricordo insieme alla venditrice di noci di cocco. Più avanti una coppietta di fidanzatini si tiene per mano e si sorride, aspettando che l'onda li copra. Anche loro sono vestiti, ma lei indossa un paio di jeans. Ha lasciato alla memoria della madre il lungo rito per fasciarsi ogni mattina nella seta del sari, sospesa in uno spazio che la sua generazione avrà il compito di modellare. Forse ha fatto il primo passo verso una maggiore libertà, avvicinandosi ai modelli che arrivano coi voli charter da oltre oceano e spediscono cartoline coi visi tatuati delle bellezze locali, forse dovrà aver cura di proteggere l'immagine di quei sari che si gonfiano d'acqua, e la gioia del contatto con la sabbia, e lo sguardo incantato delle famigliole in piedi davanti all'oceano a godere il tramonto del sole. Al largo passa un gioco di delfini. Con un battito di ciglia lascio la scogliera e mi creo altre pagine di realtà.
la massaggiatrice
Anch’io approdo nella Rimini del Kerala, forse per farmi un pò di male. Per arrivarci tutti i miei cinque sensi s’immergono dentro cunicoli di stradine soffocate da negozietti e da immondizia, mucche e gioiellerie, venditori d’ambra e raccoglitrici di sterco secco di vacca. Kovalam è una follia turistica. Sullo sfondo di una larga spiaggia bianca è un accatastarsi, fra venditrici di manghi e papaye, di corpi abbronzati, di pronipoti di figli dei fiori e cinquantenni frustrati reduci del ‘68- quelli della mia generazione - , di profumi di erbe ayurvediche e ragazze del Karnataka sulla porta delle loro botteghe, colorate di tappeti e specchietti. Il sole picchia di brutto. I miei capelli hanno già preso la strada dell’anarchia. Fra una palma e un aroma di cocco, le bandierine della preghiera esposte al vento dai Tibetani in esilio e il risuonare dei tamburi dal tempio di Shiva arrivano i richiami in romagnolo, in veneziano, in romanesco. Italiani prezzemolo del mondo! Che ci faccio qui? Per consolarmi decido di affidare il mio corpo alle delizie di un massaggio. Il tavolo di legno è impregnato d’olio, le mani della massaggiatrice sono due fasci d’acciaio e io, scivolosa come un’anguilla, temo di prendere il volo e schizzare fuori della finestra. In un angolo della stanza un incenso vuol creare un’ illusione di raccoglimento, ma i miei muscoli non rispondono e stanno sulla difensiva. Mi sento in un posto sbagliato. La ragazza è brava, e impasta e picchietta e unge con impegno. Lavora alle dipendenze di un medico ayurvedico, in questo piccolo impero della salute alternativa, e ogni giorno si rompe ogni fibra del corpo in cambio di una manciata di rupie. In fondo si considera fortunata. Vive a Kovalam, ma nell’altra Kovalam, quella dei pescatori e della sabbia scura. Oltre gli ombrelloni e i ristoranti e le sfilate di parei si stende un’altra spiaggia, si rincorrono altri richiami. I bambini sguazzano felici nell’acqua degli scarichi, le donne fanno asciugare i loro sari sui fili stesi fra una tomba e l’altra del piccolo cimitero che vive in mezzo alle casupole, e la puzza di pesce e di cacca entra in ogni angolo di pelle. Sheila ogni sera lascia il suo camice bianco appeso a un chiodo e torna in mezzo alla sua gente. E’ avida di notizie sul mondo che sta al di là dell’oceano, e che per lei ha il volto delle turiste sedute a sorseggiare l’aperitivo ai tavoli dei ristoranti. Si divide fra le due sponde. Non sa se desidera entrare, magari dalla porta di servizio, nelle case di quelle turiste per afferrare almeno un pò del loro benessere, oppure continuare a rifugiarsi, ad ogni tramonto, nella sicurezza della sua spiaggia, intorno alla luce di un fuoco e ai racconti di mare e di pesci invenduti. Mi viene la nostalgia di un sari viola e del silenzio della mia piccola vecchia massaggiatrice, lasciata anni fa in una clinica ayurvedica non ancora contaminata dal turismo del benessere. Aveva negli occhi, nelle spalle e nel respiro strappato all’asma i segni di una vita dedicata a un’arte magica. Sapeva che l’energia sottile delle erbe e degli oli profumati può andare oltre la superficie della pelle e raggiungere quelle parti nascoste in cui si annidano paure e malattie. Sapeva che il suo silenzio avrebbe creato nella sua mente uno spazio sacro per il raccoglimento e che le sue mani avrebbero così trasmesso al mio corpo e alla mia anima la sua pace. Esco dalla stanza affumicata da un inutile incenso col corpo appiccicoso e la mente intasata. Sulla spiaggia dei pescatori il tramonto è una colata di zafferano che illumina il minareto della moschea e la croce del campanile. Cattolici e musulmani convivono nello stesso villaggio. Peccato che in mezzo, nella striscia di nessuno, una camionetta di militari presidi sempre la zona. Lascio Kovalam senza rimpianti. A bordo del rikshaw che si è aggiudicata la corsa, e fra uno slalom e l’altro dentro lo strombazzare dello smog, mi sembra di attraversare il caos di un set cinematografico, sulla scia dell’andatura solenne di un elefante provvisto di catarifrangente sulla coda. L’occhio e il ritmo del cuore devono ancora abituarsi alla disinvoltura della guida a sinistra, che mi fa pensare all’ostinazione di aspiranti suicidi, alla follia fredda dei kamikaze e, nella più dolce delle immagini, a una corsa a occhi chiusi verso un destino già segnato, di fronte al quale è inutile - da bravi induisti - indietreggiare. Mi sembra di sfiorare la morte a ogni giro di ruota. Mi sembra anche che l’induismo non c’entri e che le mie zavorre mentali appesantiscano i passi del mio andare. Dopo qualche chilometro mi affido anch’io al fato e finalmente mi gusto la leggerezza del presente.
la signora della cucina
Nandini indossa in casa un abito coi volants che farebbe inorridire qualunque ragazza occidentale, ma che a me ricorda la morbidezza di nonne avvolte nella flanella rosa e celeste di lunghe camicie da notte. Si alza all’alba, quando i richiami del muezzin dal minareto della vicina moschea s’incontrano con l’eco delle prime preghiere proveniente dal tempio indù e con lo sferragliare del treno che attraversa il suo quartiere. Porge il suo saluto alle divinità ospitate in un angolo riparato della casa e inizia così la sua giornata senza scosse, già suddivisa in scansioni sempre uguali. Sparisce ogni mattina nel silenzio della cucina, assorbita dai profumi di cannella e cardamomo, e ne riemerge dopo ore con un sorriso, offrendomi i suoi piatti piccanti sulle foglie di banano. Il mio stupore nell’osservare la folta peluria di baffi e basette che le oscura il viso si stempera di fronte al pugno inferto alla flora batterica del mio stomaco dalle spezie assassine e davanti alla grazia dei suoi movimenti. Traballano i miei canoni estetici, cristallizzati sull’immagine di pelli levigate e rigorosamente depilate. Come tutte le donne indiane anche lei indossa collane, orecchini, bracciali e anelli d’oro. Ho portato con me per offrirglieli un paio di orecchini made in Italy. Sono semplici e lineari, adatti - secondo i miei canoni estetici - a qualunque situazione e a ogni latitudine, ma il mio gesto sembra suscitare in lei stupore e imbarazzo. Il mio regalo non rispetta i criteri stilistici con cui si scelgono i gioielli femminili e forse lei non trova il coraggio o non sente la necessità di infrangere un modello che ritiene inderogabile. Tutto finisce così nel buio di un cassetto che presto si richiude, a eterna memoria del dono inutilizzabile di un’ospite straniera. Possibile che un articolo di tal classe faccia la fine di tanta paccottiglia regalatami per il mio matrimonio? Prevedo un bell’allenamento per il mio ego! Mi cullo nell’illusione che Nandini, al riparo da occhi indagatori, si guardi allo specchio e si sorrida nei suoi nuovi orecchini, così come facevo io da bambina, quando mi provavo di nascosto le scarpe coi tacchi alti di mia madre e mi sentivo bella e diversa, e temevo e speravo che qualcuno mi scoprisse. Mi appaiono in un flash le donne del Kuwait incrociate in aeroporto, chiuse nei loro lunghi abiti neri da cui spuntano occhi vigili e sprazzi di jeans. Percorrono con passo sicuro sui loro tacchi alti i marmi delle sale d’attesa, le mani intente a digitare sui telefonini ultimo modello. Non so se il loro sguardo proteso verso l’occidente stia liberando la donna compressa dentro il chador o se ne stia solo cambiando il colore delle sbarre. Non so se il cassetto che custodisce i miei orecchini conservi anche curiosità represse e paura di cambiare per non sconvolgere un ordine codificato che garantisce stabilità, oppure rappresenti un sereno appagamento di quello che è. Per recarsi al lavoro Nandini si nasconde dentro le pieghe scure dei suoi sari e io non riesco a capacitarmi per questa sua scelta. Potrebbe ubriacarsi di luce, avvolgersi il corpo nelle esplosioni del giallo e dell’arancio che accendono le sete indiane e invece si mortifica nella penombra delle tonalità più spente. Le sue ore scivolano lente al riparo di una scrivania in una banca senza pretese e senza mensa e nell’intervallo del pranzo mangia riso e banane, chapati e dhal che profumano ancora delle spezie della sua cucina. L’aspetta al suo ritorno a casa la sicurezza di serate tutte uguali, scandite dai capricci e dai canti del figlio che a scuola frequenta un corso di musica, e garantite dall’affidabilità del marito, appartenente alla sua stessa casta e sposato col conforto dell’oroscopo e con la benedizione delle loro due famiglie. Tutto in ordine, tutto a posto, ogni tassello nella casella giusta. Lei chiede con gli occhi il consenso di Manoha per ogni minima scelta, lui non le sfiora nemmeno le mani ma le offre il suo tempo, il suo appoggio e la sua approvazione. Non so se lo sguardo docile di Nandini sia solo passiva accettazione di uno stato conosciuto da sempre e mai messo in discussione, oppure sia il riflesso di un’armonia interiore che si appaga delle piccole cose del proprio universo familiare. I suoceri vivono in campagna, in una casa immersa tra gli alberi del pepe e i manghi in fiore. Sulla porta di legno una figurina con le mani giunte occupa il posto dei nostri “welcome”. Namastè. Che il mio cuore si unisca col tuo. Mi accolgono con il calore di chi vede nell’ospite un dio e preparano in mio onore il pasto caratteristico della loro regione. Nandini è già pronta, perfetta nel suo ruolo di nuora. Si sfila il sari e s’infila nell’abito coi volants. Sparisce in cucina, aspetta insieme alle altre donne della famiglia che gli ospiti, gli anziani e i bambini finiscano di mangiare e infine si siede a tavola, rispettando anche qui lo stesso ordine che si segue nella sua casa di città. C’è pace. Sembra che ogni cosa abbia trovato la sua giusta collocazione. Sospendo il giudizio e mi godo la serenità di questo pomeriggio fatto di niente. Guardo Nandini e i volants della sua flanella e di fronte alla sua quietezza si smorzano le mie ansie di cambiamento, la mia frenesia senza riposo, le mie corse per ingannare l’attesa. Qui, negli occhi bassi di Nandini , riposa per un pò la mia inquietudine. Il giorno della mia partenza per la prima volta si siede a tavola con noi. L’ordine è stato stravolto!Cerco con un pò di apprensione di frugare nel suo sguardo e vi ritrovo l’armonia di un mosaico in cui ogni tessera continua ad essere al suo posto, senza strappi e senza rinunce. Adesso so che indosserà i miei orecchini, magari per gioco, ma che deciderà lei quando aprire quel cassetto.
in moto col sari
Il sorriso di Shoba mi aspetta davanti alla porta della sua villetta, vicino al sacro alberello di tulsi e all’altarino che ha ospitato le ceneri della suocera. Ha un sari coi bordi d’oro e un’eleganza nei movimenti che m’intimidisce. La svasatura dei miei pantaloni e lo strecht della mia maglietta non reggono il confronto. Mi sento un pò sgraziata, impacciata e sudata in maniera indecente, più per l’imbarazzo che per il caldo. Lei è asciutta, non so se grazie a una termoregolazione più equilibrata, o a un più equilibrato controllo delle sue emozioni! Nel fresco dell’ingresso mi sorride l’immagine bionda di Gesù, fra i legni intarsiati del salotto la lunga proboscide di Ganesha. Un lumicino elettrico perennemente acceso accompagna il riposo del padre, accanto al televisore a colori, a una statua in gesso di Shiva-suonatore di flauto e alla grande figura in ferro di un guerriero. Vicino al computer, grazie al quale Shoba segue un corso per ottenere un diploma da insegnante, e così lasciare il più redditizio impiego in banca, scivola in silenzio il sari bianco da vedova della madre. In questa bella casa da media borghesia convivono senza conflitti e competizioni due generazioni di donne. Lontane per istruzione e scelte di vita, vicine per il legame ombelicale che le vincola all’anima della stessa terra e che si esprime con un rispetto non di facciata per ciò che conta.H anno attraversato pezzi di storia diversi, una lottando per conquistare il diritto di esistere, pur essendo nata femmina, l’altra lottando per conquistare il diritto di esistere con dignità, in quanto persona. Sullo sfondo dei loro vissuti si muove un paese ricco di immobilità e di energia, di poesia e di brutture. Qui la sovrabbondanza di colori e di profumi riempie e inganna gli spazi vuoti della povertà e della fatica, il trascinarsi sull’asfalto di corpi deformi trova rifugio nei cortili delle case hindù e nei piatti di cibo offerti con compassione, il distacco delle divinità dalle sofferenze umane si accorcia quando gli dei scendono sulla terra e danzano con i loro fedeli. I vecchi abbandonati sulle cunette sono soltanto una faccia di queste strade, quella che provoca l’indignazione della mia società piena di ospizi. L’altra faccia s’illumina all’interno delle case, dove gli anziani vengono serviti a tavola insieme agli ospiti e ai bambini, prima dei padroni di casa, dove hanno il privilegio di dar inizio al nuovo anno secondo il rito hindu, preparando l’altare domestico con riso, incenso e monete di buon augurio, dove insegnano ai nipoti il silenzio e le preghiere. Shoba è consapevole dei cambiamenti che le ruotano intorno e che entrano nella sua casa senza stravolgerne le fondamenta. Il suo matrimonio non è nato da un incontro fra genitori, né da un incontro fra annunci sui giornali. Lei si è sposata per amore. Ha conosciuto Niran all’Università e non si è fermata di fronte alla differenza fra le loro caste. Anche i suoceri hanno rispettato la loro scelta e non hanno richiesto alla sposa, come si usa in questi casi per pareggiare una “perdita”, una dote più pesante. Shoba celebra ogni mattina i riti che ha imparato da bambina. Offre ai suoi dei fiori e frutta fresca, li saluta appoggiandosi alla fronte la polvere rossa benedetta nel tempio ed esce per andare al lavoro. Nelle sue dita brilla, fra l’oro degli anelli comprati dopo lunghe sedute davanti ai banchi delle oreficerie, lo smalto indaco dell’anello made in Italy che le ho regalato. Guida la moto e si destreggia con disinvoltura fra il traffico e le pieghe del suo sari. Mi accompagna in un negozio di articoli musicali, per consigliarmi nella scelta di un sitar da regalare. Al ritorno sono pronta a pagare la cifra richiestami dal guidatore di rikshaw, ma lei interviene e con decisione lo rimprovera per aver triplicato la tariffa. E’ il solito problema, i turisti sono visti come polli da spennare! Giocano in questi casi i confusi sensi di colpa che ci portiamo dietro dai nostri paesi più ricchi e la spudorata bravura degli Indiani nell’evocare bimbi in attesa del cibo e catastrofi familiari. Il turista può reagire aprendo il suo cuore e il suo portafoglio e sentendosi gonfio di bontà, commosso al pensiero che grazie al suo gesto il mondo d’ora in poi sarà più bello, oppure può offendersi e, considerandosi truffato, ingaggiare una lotta arrabbiata col rivale di turno. In Shoba non c’è, è chiaro, nessuna di queste emozioni; c’è solo la voglia di rispettare le regole e di salvaguardare la dignità di entrambe le parti. Su quel rikshaw mi tolgo, grazie a lei, qualche “ismo” dalle tasche. La sera, nella sua villetta alla periferia della città, c’è sempre un buon odore di spezie. La mamma continua ad accogliermi col suo impossibile malayalam, e non so come spiegarle che proprio non lo capisco. Di fronte al mio silenzio, si porta la mano destra alla bocca per chiedermi se ho fame e se voglio mangiare. Mi sento accudita come un bambino. La ringrazio col sorriso. Lei, rassicurata, riprende il suo posto in salotto e segue con gli occhi incantati la telenovela indiana, a base di balletti e lacrime di passione. Shoba è seduta al computer. Chatta col marito lontano per lavoro e prosegue nei suoi studi umanistici. La guardo, ha gli occhi molto belli. Mi guardo i piedi, che il sole dell’India ha gonfiato come pagnotte. Neanche la mancanza di carta igienica, un lusso per sederi stranieri, e dei miei morbidi asciugamani di spugna mi impedirà di godermi la durezza del letto di legno e lo sferragliare del ventilatore sulla testa. Domani, lo giuro, mi metterò il kajhal.
la moglie del pellegrino
Si muovono a gruppi, macchie di scuro che riempiono le strade. Sono tutti magrissimi, col petto ricoperto di collane della preghiera sulla pelle e come unico indumento un dothi nero. Sulla fronte strisce di polvere bianca, rossa e giallo zafferano. Sono i pellegrini di Aiappa, l’incarnazione di Vishnu, che lasciano i loro villaggi e le loro cittàper raggiungere i luoghi sacri e adempiere a qualche promessa o chiedere qualche regalo al loro dio. Non vedo sorrisi femminili fra le teste di capelli corvini che si affacciano ai finestrini dei pullman senza vetri, addobbati come altari durante le processioni. Vedo solo tanti denti che ridono, e la gioia di ragazzini in gita, e la disinvoltura di evacuazioni corporali fatte in gruppo, ai bordi delle strade. Il privilegio delle donne di far parte delle schiere di devoti finisce alle soglie dei dieci anni, quando le bambine perdono la loro purezza, macchiata dal sangue delle mestruazioni, e ricomincia alle soglie della vecchiaia, quando la fine dell’età feconda svuota e purifica il loro corpo. Ma Prja ha il suo Swami, il suo Signore in casa, il suo Maestro, e vive di riflesso l’emozione e l’orgoglio del pellegrinaggio che il marito compirà fra quarantun giorni, che durerà una settimana e peserà di quattromila rupie sulla precarietà della famiglia. I sacrifici diventano leggeri se affrontati con devozione. Per non turbare il cammino dello sposo verso la comunione con il divino, e aiutarlo a rispettare le regole imposte da un rituale molto rigido, non esita a sparire nei suoi cinque giorni di sangue fra le capanne del suo villaggio d’origine, nascondendosi così non solo al contatto ma anche alla vista del marito e di qualunque altro Swami. Anche Sashi, come tutti gli altri pellegrini, passerà le sue serate e le sue notti nel tempio del paese, per rientrare l’indomani nella sua casa dove sarà esentato dai lavori faticosi e servito dalle donne della famiglia. Sono guidata a toccare con mano cosa significhi vivere la sacralità del corpo che ospita la divinità e per questo onorarlo e venerarlo al di là di ogni apparenza. Faccio davvero una gran fatica. Guardo a questo rito di iniziazione hindu con gli occhi ignoranti di un’estranea, attraverso la crosta di cinismo e il distacco dell’ironia che spesso mi fanno da stampelle nelle situazioni più a rischio per le mie certezze. Il viaggio di purificazione richiede sobrietà, austerità, autocontrollo e mi riesce difficile pensare in che modo Sashi possa condurre una vita più sobria o più austera di quella di tutti i giorni, all’insegna di piatti di riso a pranzo e a cena, di totale assenza di svaghi e di panni sporchi da lavare come alternativa alla fame. Penso che i quarantun giorni di penitenza non rappresentino poi per lui un grande sconvolgimento e che forse una settimana con gli amici sulle strade sconosciute dell’India possa ritemprare il suo spirito più di una mortificazione. Prja lo accompagnerà col pensiero e anche col sonno: facendo i turni con la suocera dovrà infatti assicurarsi che la candela dell’altare domestico rimanga sempre accesa, per evitare che spegnendosi possa essere di cattivo augurio. Si sente onorata per la presenza di uno Swami nella sua casa e fiera di esserne la moglie. Abbandono le mie stampelle. Non so cosa significhi devozione, dedizione, fede. Non vedo più una donna che si sfianca e si sacrifica. Vedo soltanto la gioia dei suoi occhi adoranti nell’incrociare un pullman carico di rumorosi uomini in nero e so che nessuna analisi di tipo pseudo-socio-antropologico potrà annebbiare quella gioia. Dopo il solstizio d’inverno, il giorno in cui tutti i pellegrini si riuniranno nel luogo sacro per salutare il sole che spunta da dietro una collina, Prja potrà di nuovo toccare il cibo del marito, potrà di nuovo dormire con lui e lasciare che la lampada si spenga, fino alla prossima promessa, al prossimo viaggio verso la divinità. Le rimarranno i lavori faticosi da fare, come punto d’unione fra i due periodi, a ricordarle che è una donna e che è viva.
la moglie del baba
Mi accoglie come se mi avesse sempre conosciuta e in un attimo dimentico le peripezie affrontate per raggiungerla, in balia di un autista di rikshaw che, pur di non perdersi la corsa, fa finta di conoscere il posto in cui vorrei arrivare. Dopo vari chilometri, come spesso succede, si ferma, mi chiede dove voglio andare e alla mia risposta mi guarda con gli occhi a forma di punto interrogativo, assicurandomi che “no problem”, lui sa bene come arrivarci. Con la massima disinvoltura rimette in funzione il finto tachimetro e imbocca a caso decine di incroci, sicuro che alla fine riuscirà a scodellare le mie natiche frollate nel posto desiderato. Christine vive in un ashram coi vialetti di sterco secco di vacca e centinaia di piante preziose. Ha i capelli legati, d’un bianco precoce, che le regala il privilegio di mettersi al riparo dalle pesanti attenzioni maschili. L’accenno veloce agli appetiti sessuali degli Indiani continua ad allargare quel piccolo squarcio che si sta sempre più aprendo nella concezione mistico-romantica che mi ostino a imporre a questo paese. Ci stanno però pensando i suoi abitanti a demolire la mia poesia, con i loro sputi rossi di betel, i loro sorrisi azionati dalla prospettiva di un guadagno, i loro anelli con l’immagine della dirigente politica di turno incastonata fra finti brillanti, i senza casa che si arredano un appartamento nei sottoscala, i ristoranti vuoti in cui devi aspettare per ore che ti servano il pranzo, i bambini che sui treni cantano sbattendo due sassi come nacchere, i treni che sembrano vagoni per deportati ai campi di concentramento, e la puzza di cacca che ti entra dappertutto!Christine è pacata, conosce la gente che percorre questi villaggi ed in parte è una di loro. Ha fatto fiorire nelle povere case giardini di erbe mediche, ha parlato alle donne intoccabili della magia della loro terra, che produce piante utili per la salute e l’alimentazione, e le ha guidate nella creazione di piccole imprese autogestite, parlando con la loro lingua e i loro affanni. Sullo sfondo gli uomini, i mariti alcolizzati, che riempiono gli spazi dell’ozio e della disperazione con una botta al cervello. Lei sa che nella parte più profonda di ogni donna, quella che nutre l’amore per la vita, che è madre e custode della natura, si trova il segreto per strappare all’oblio e alla distruzione la potenza delle erbe ayurvediche. Sa anche che per entrare in contatto con quella parte deve attraversare le barriere della diffidenza e della stanchezza, in un posto dove manca l’essenziale e dove ogni giorno è lotta per la sopravvivenza. Sa che deve lei stessa scavarsi dentro, toccare il proprio vissuto e le proprie paure e mettersi in gioco totalmente. Non si è portata con sè, dal mondo della sua infanzia e dei suoi studi universitari, paraocchi e comodità. E’ qui, e qui vive, in un incredibile innesto fra oriente e occidente. E’ la moglie di un baba, un guru autoritario e goliardico che è, a sua volta, uno straordinario impasto di spiritualità e gusto mediatico. Lui è un santone itinerante, che percorre con la sua moto migliaia di chilometri lungo le strade indiane, ritenendo che “sia necessario viaggiare e che solo dopo aver visto tutto ci si può fermare in un posto”. Adora la televisione e il fumo in tutte le sue varianti, conosce venti lingue indiane, ma pochissimo l’inglese, ha frequentato la scuola per soli sette giorni, ama la macchina fotografica e la sua immagine di sadhu dagli occhi ammiccanti. Un’altra crepa fa traballare il mio piccolo mondo di convinzioni sull’ascetismo e il suo distacco dalle cose materiali, sulla spiritualità indiana lontana dalle luci della ribalta, alimentata soltanto dal ritiro e dalla preghiera dentro le grotte dell’Hymalaya. Provo una divertente sensazione di fregatura, di cui so di essere l’unica responsabile e mi affascina la scoperta di quest’altra faccia dello spirito, di questa forma di meditazione dinamica che mi permette di rimescolare le carte e di ricominciare a giocare. In fondo, mi sono messa in viaggio anche per questo! Christine vive senza apparenti lacerazioni il suo baba e le sue intemperanze. La sua voglia di oriente s’innesta con la bramosia d’occidente del suo compagno di strada e il loro rapporto è un impasto vitale di razionalità e di passione. L’onda infinita che ha mangiato le coste e i villaggi li vede impegnati ad affrontare l’emergenza della fame e delle epidemie, lei col suo programma di aiuti internazionali, i suoi interventi e le sue riflessioni, lui col suo buttarsi fra gli sfollati e i pasti da distribuire, senza esitazioni e calcoli da ragioniere. Christine indossa un kurta color amaranto, acquistato nelle botteghe in cui si continua a tessere coi telai tradizionali come ai tempi di Gandhy, e si muove con eleganza. Potrebbe stare a suo agio in un completo Armani sui divani di un salotto-bene della buona borghesia e assapora coi piedi nudi i suoi vialetti di sterco, e attraversa la polvere del suo villaggio di intoccabili, distribuendo rose alle donne e alla magia dei loro giardini senz’acqua. E’ in contatto col mondo accademico indiano ed europeo e con le divinità del suo piccolo altare domestico, dove accarezza con l’olio e i fiori freschi Visnhu e Ganesha, lei che, pur non essendo nata hindù, lo è diventata per amore e per scelta. Mi racconta incredibili storie di scorpioni e di cobra arrotolati nel suo letto, di bambini orfani costretti a lavorare a sette anni nella solitudine della montagna e ora penzolanti dall’albero dei suicidi, di madri morte per mancanza d’amore. Mi rivivo bambina assetata di narrazioni. Arriva la sera, fra il gracidare delle rane. Gruppetti di ragazzini si sistemano nelle stanze dell’ashram, al riparo dal buio delle loro capanne senza intimità. La fontana accoglie il riposo del fiore di loto. Un geco ha scelto le pareti della mia camera per passarvi la notte. Controllo che nessun cobra abbia scelto di condividere con me le lenzuola del mio letto e mi addormento, sazia di storie. Sogno un baba bellissimo che corre nudo con la sua moto sulle nevi dell’Hymalaya, rincorso da una troupe televisiva che vuole ingaggiarlo per uno spot pubblicitario, e scivolo nel sonno, ignorando il finale.
l'abbraccio
Sulla riva marciscono le meduse soffocate dagli stracci. L’acqua lambisce le case del villaggio sventrato dallo tsunami. Odoro la patina muschiosa che ricopre le pareti cercando di intuire il respiro degli abitanti oltre il vuoto lasciato dall’onda, mentre qualcuno mi fa accomodare nell’unica sedia di plastica sopravvissuta. Qui la gente si porta addosso da sempre la fatica della vita, contesa ogni giorno al fango di questi canali, ingannata e incantata dalla bellezza di una natura generosa soltanto di palme e di sole. Qui la gente non conosce le strade per far arrivare i suoi richiami al di là della riva e nutre in silenzio rassegnazione e rabbia. E’ questo il mondo di Amma, la donna che abbraccia. E’ vestita di bianco e sorride. E’ una chiazza di luce, energia primordiale in contatto col cielo. Con il dono del suo corpo accorcia il tempo dell’attesa e parla con l’anima per placarne il bisogno di divinità. Il suo canto nasce dalla sofferenza di questa terra e raccoglie la voce di tutti quelli che non sono stati uditi, trasportandola con il ritmo delle tablas oltre l’acqua di queste paludi, oltre la volta del tempio, ad abbracciare il cielo. E’ la Madre di carne e di sangue, l’Utero sacro che accoglie le ferite e accarezza il dolore. La semplicità del suo gesto d’amore gioca con la parte bambina che vive impaurita in ognuno di noi ed è forse per questo che le sue braccia hanno attraversato l’oceano e hanno aperto al suo villaggio un varco sul mondo. E dal mondo che si agita al di là della laguna arrivano ora carovane di peregrini dell’anima a invadere la lentezza di questi silenzi. Lontano da qui, in un altro villaggio, ad ogni alba si consuma il rito dell’attesa di un Padre che tutti vorrebbero toccare e che solo pochi prescelti possono incontrare. Maschile e femminile camminano su solchi diversi e complementari di uno stesso tracciato verso la divinità, entrando in contatto con bisogni, angosce e aspettative differenti con la tenerezza e il distacco, con la potenza dell’insegnamento e la vitalità del corpo. Ho vissuto anch’io per un attimo l’attesa del Padre, aspettandone la chiamata in un tempio rosa e celeste gonfio di canti, di sudore e di mani protese a rubare un passaggio di piedi. Nessuna voce mi ha toccato, nessun richiamo, nè il profumo del gelsomino. Non sono stata prescelta. Ora, in questo tempio materno, sospendo il giudizio. Fermo per un alito di tempo il macinare della mente e faccio posto all’andare del cuore. Per farsi abbracciare bisogna aprirsi, per farsi accogliere bisogna darsi. Non so fare né l’una né l’altra cosa, posso solo provarci. Mentre Amma mi abbraccia sento la sua leggerezza e le sono grata. Non so se basterà la potenza del suo amore per sciogliere i grumi che mi porto dentro e che vedo riflessi in altri occhi e in altre lacrime. Faccio un pò di spazio nello zaino che trascino intorno a me stessa ben sapendo che i semi, per fiorire al buio, debbano immaginare che là fuori c’è il sole. Lungo i vialetti dell’ashram, intanto, si consumano fra i profumi d’incenso i soliti piccoli giochi di potere e le solite piccole gare per sentirsi più vicini alla porta del Paradiso. Mi metto in lista d’attesa per far parte del gruppo di elette che a fianco della Madre Divina incarta le caramelle che Lei regala insieme a se stessa. La responsabile dell’operazione assolve al suo compito con uno zelo da secondina, controllando che le pieghe della carta seguano la sequenza giusta e che non ci siano falle in questa catena di montaggio artigianale. Ho la sensazione che la creatività degli Indiani spesso si esaurisca nell’abbondanza di colori e di forme, e che l’osservanza di regole precise e di gesti inderogabili dia loro l’illusione della stabilità. La mia mente si rifiuta di recepire la logica di quell’incartamento e la guardiana mi bacchetta in un inglese che non capisco. Ritorno per un attimo sui banchi delle elementari e rivivo l’umiliazione del rimprovero di fronte a un compito mal fatto. Le mie caramelle vengono bocciate e io so che neanche oggi arriverò alle porte del Paradiso. Mentre mi allontano l’urlo di Amma scuote la sonnolenza dell’aria. C’è bisogno di chiamare a raccolta con maggior forza le energie primordiali degli elementi per costringere il cielo a svegliarsi. Guardo in alto e mi accorgo che fuori c’è il sole.
ritorno a casa 2
Sembra quasi che ci siamo dati appuntamento all’aeroporto! Vedo le due amiche col costume in valigia e non mi sembrano poi così anoressiche, né così superficiali. La borsa da yoga della donna che credevo finto-alternativa ha davvero dei bei colori e lei mi sorride con simpatia. Scopro che il signore palestrato è un tranquillo studioso di religioni orientali. Penso a quanti virus dell’intolleranza e della stupidità avrò disseminato in giro, un pò come hanno fatto con i virus del raffreddore i miei antenati bianchi nelle foreste dell’Amazzonia. Mi piace pensare che il vortice d’energia che si è mosso nel terzo occhio della donna sadhu, dentro la grotta sulla montagna in cui vive da quaranta anni, si sia messo in contatto con la mia corazza di paure e stia provando a stanarmi. Cerco con gli occhi il tipo dello “stand by” e penso con malizia che sarà ancora nel suo parcheggio esotico. Ricominciamo bene! Ci si può alleggerire in una passeggiata dell’anima, è vero, ma senza stress da traguardo, così come ho imparato in questo pezzo di strada. Beh, qualche virus che non cresce dalle mie parti mi avrà pure contagiato, spero! So che nel prossimo incontro con l’India avrò altri occhi e so che anche lei avrà continuato il suo viaggio. Non so se ci riconosceremo, se il nostro è un arrivederci o un addio. Non importa. So di certo che sulle porte le figurine con le mani giunte continueranno ad accogliere gli ospiti con lo stesso abbraccio. Sarà ancora Namastè. Che il mio cuore si unisca al tuo. Mentre sono in volo mi faccio cullare da una parola in sanscrito che significa “cambiamento”. Non ne conosco la grafia, ne ho ho conservato soltanto la musica. E’ il mio mantra, e con questo mi perdo tra le nuvole, nel torpore della digestione post pranzo di bordo.
Anicha.
Quando non avrò più paura di tornare incomincerà il mio viaggio.
Fino ad allora non sarò mai davvero partita.
Anicha.
Quando non avrò più paura di tornare incomincerà il mio viaggio.
Fino ad allora non sarò mai davvero partita.
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