giovedì 21 febbraio 2008
il seme del deserto
L'edificio era alto e screpolato. Giù nell'ingresso un gruppo di uomini acri di sudore passava il pomeriggio fra tazze opache di tè alla menta. Avevano tutti bocche devastate da denti neri, che si aprivano con aliti caldi di tabacco in sorrisi spaventosi. L'ascensore era pesante d'afa, cigolava lento, e Mariella respirava con fatica quell'aria immobile. Il ragazzo che l'attendeva le sembrò diverso dagli arabi dell'ingresso, gentile e asciutto. La fece sedere davanti a un ventilatore e le guardò le mani. Passò del tempo senza che succedesse niente. Tutti e due aspettavano che il telefono squillasse. Il caldo dilagava, anche le mosche sonnecchiavano sul soffitto, in quel silenzio assolato. Era partita senza pensarci troppo , per toccare la sabbia di un altro deserto e farsi rimpiangere un pò. Aveva lasciato nel suo paese umido di vapore salmastro una casa costruita sul granito e una famiglia rispettabile e senza sorprese. Aveva trascurato ogni dettaglio pratico e ora doveva arrangiarsi. Aspettava un posto per la notte. C'erano molte stanze, in quella casa del popolo dove l'aveva condotta un taxista con lo sguardo sfuggente, ed erano tutte vuote, allineate su uno stretto corridoio. Si trovò quasi senza accorgersene dentro uno studio con le poltrone di plastica consumata. Il telefono non aveva suonato e l'arabo gentile l'aveva spinta con noncuranza in fondo all'andito. Mariella vide chiudersi dietro le spalle del ragazzo la porta e notò che era tutta imbottita, rivestita di pelle e rinforzata con borchie di bronzo. Si accorse anche, in quello stesso momento, che i denti del suo ospite sconosciuto erano marroni, mangiati dal tabacco come quelli delle guardie all'ingresso. I pensieri le arrivavano lenti sull'onda di un sudore profumato di gelsomino. Non si agitò neanche quando sentì sul collo l'alito caldo di una carezza. Guardava l'altro da una distanza opaca, senza paura e senza richieste, incapace di animarsi. Non c'era in quel pomeriggio, lassù in fondo al corridoio, niente che potesse toccarla. L'uomo sentì quell'assenza. Non trovò i gesti per avvicinarsi al corpo della donna e penetrarne il distacco e si appoggiò all'inutile porta blindata sorridendo con imbarazzo. Tutti e due continuarono ad aspettare in silenzio il richiamo del telefono, seduti a contatto di pelle in una lontananza senza curiosità. Quando dall'altra parte del filo una voce li avvertì che lei doveva partire per raggiungere il suo gruppo di volontari ai limiti del deserto si salutarono con una stretta di mano leggera. Il ragazzo aveva lo sguardo tranquillo e l'aria sollevata. Lei non ricordava già più l'alito scuro di nicotina e passava nelle stradine gialle di sabbia con gli occhi distratti dagli odori delle donne, chiuse nei loro veli. La mattina molto presto, prima che il sole rotondo di quel paese straniero bruciasse le curve delle moschee, arrivò alla prima tappa del suo viaggio. Anche quell'edificio era grande, consumato dal sale e dai tanti passaggi. Fu accolta da un giovane assonnato, con la camicia sbottonata e le scarpe di plastica nera. Voleva riposarsi. Il ragazzo le preparò un giaciglio fra la polvere e le sedie di una sala per le riunioni, la invitò a stendersi e con naturalezza le si accovacciò al fianco. Mariella vide solo la sua bocca cariata e sentì le sue dita bruciate dal fumo posarsi leggere sulla sua testa. " Ti amo ". L'uomo aveva la voce bassa e gli occhi di terra scura cercavano nei suoi una docilità antica. Il materasso buttato sul pavimento sapeva di lana grezza e di sudore. Di fronte a loro una doccia rossa di ruggine gocciolava lentamente, mentre dall'alto il ritratto del presidente controllava il tavolo di legno utilizzato per le riunioni del partito. Tutto respirava nella polvere. Il ragazzo sentì la lontananza nello sguardo chiaro della donna e si allontanò dal giaciglio, sistemandosi con imbarazzo i capelli lucenti di brillantina. Ogni desiderio si era sciolto, le sue mani non avevano più voglia di cercare. Tutti e due si misero dopo un pò a dormire sotto la stessa coperta ruvida di montone, mischiando i loro aliti in una distanza senza soluzione. Quando i colori del cielo diventarono violenti si salutarono senza dolore . L'uomo già allineava le sedie per la prossima riunione, lei non sentì neanche il bisogno di girarsi a guardarlo per l'ultima volta. Riprese il suo viaggio, cercando di stordire la fame di dolce che le bruciava lo stomaco con l'odore violento dei chiodi di garofano. Le ore passavano senza fretta. Mariella giunse al villaggio sul deserto in una sera colorata di rosa. Le voci dei nuovi compagni la raggiunsero con lentezza, come se arrivassero da una lontananza fuori del tempo, in un'assenza vuota di energia. Nel cortile antico dormivano i cammelli e gli scorpioni aspettavano l'arsura del giorno. Il tè odorava di menta e di polvere e lei si chiese che cosa mai ci faceva in un posto con tramonti così. Non tentò neanche di trovare risposte. Le giornate continuarono a scivolare nell'apatia. In una cucina incrostata di spezie coi colori del sangue le sue mani un pomeriggio toccarono per caso le mani nervose di un suo nuovo compagno di strada. L'aveva visto ballare la sera prima, i fianchi fasciati da una sciarpa, il corpo scuro di giochi trascorsi fra il sole e le pietre che si muoveva con la morbidezza di una donna. Per un attimo di magia la distanza fra lei e i contorni del ragazzo si sciolse in desiderio. Sentì di nuovo la fame di dolce bruciarle lo stomaco. Nel pentolone del pasto comune la salsa aveva un sapore di fiori macerati nel miele e il vento trascinava nello spazio troppo stretto i lamenti delle capre. Si sfiorarono senza toccarsi, e subito dopo la cena fumava nelle ciotole di ferro smaltato. Gli altri attendevano, seduti all'aperto nel cortile, intorno al pozzo delle zanzare. Il ragazzo aspirava coi denti malati la sua porzione di zuppa e la guardava con gli occhi sereni. Così passarono i giorni, in un'assenza indolore di sogni e di cadute. Mariella aspettava il buio della notte e aveva voglia di andarsene. Posava i piedi scuri di hennè sulla sabbia e già l'impronta del vento ne cancellava il passaggio. Nei pomeriggi tinti d'arancio, quando anche il respiro bruciava la gola, si sedeva nella penombra bianca di calce di una stanza ricavata nei sassi e fresca come una grotta. L'arabo che vi abitava aveva i denti argentati e le mani lunghe e dorate dal tempo. Conosceva i segreti del massaggio e attraversava con sapienza il corpo di legno di Mariella. Lei ascoltava i suoi muscoli rilassarsi. Si preparava alla leggerezza dell'abbandono e già la sua pelle sentiva straniere le dita abili dell'uomo. E l'uomo sentiva straniera quella lontananza di pietra. Milioni di distanze svuotavano i loro desideri. I pomeriggi se ne andavano così, fra i cuscini abbandonati sul pavimento di terra, mentre l'ospite offriva foglie di menta e inseguiva con la mente tranquilla i ricordi di donne e di viaggi. Lei guardava il minareto aspettando la sera e il richiamo della preghiera. Arrivò anche il giorno del ritorno. La casa costruita sul granito l'aspettava sempre uguale, confortevole e fredda e Mariella riprese la sua vita senza scosse. Un giorno il postino le consegnò un pacco avvolto in una carta marrone, con un timbro straniero. Ancora prima di aprirlo le arrivò addosso con violenza il sapore delle spezie trasportato dal vento di scirocco. Un grappolo di datteri del deserto uscì dalla confezione e Mariella fu colta alla sprovvista da un richiamo che saliva dal centro dello stomaco e le accarezzava la pelle. Si chiuse alle spalle la porta che dava sulla strada e sui rumori di asfalto. Il sapore dei cuscini di sassi e degli aliti marroni divenne nostalgia e poi stordimento e desiderio. Sentiva sulla lingua l'ebbrezza dell'alcol proibito delle palme, raccolto di notte dai ragazzi del campo e goduto con la golosità dei ladri nella terra di Maometto. La distanza dello spazio aveva annullato tutte le altre distanze e aveva risvegliato dal sonno una voglia sopita. Quella stessa notte progettò di ripartire, anche se sapeva che era ormai troppo tardi. Nella pesantezza del sonno i gesti diventavano incisivi come pietre e non lasciavano scampo. Le impronte si chiudevano sui suoi piedi e non lasciavano dietro di sè nessuna traccia. Davanti a sè, alla fine della strada, la voce del muezzin aveva già sparso tutte le sue preghiere. Nel suo viaggio attraverso la sabbia non c'era più nessuna attesa. La trovarono, il giorno seguente, con le braccia strette intorno al petto, vicina alla porta della sua bella casa sul granito.
Aveva sul viso l'espressione stupita di chi, sceso da un treno, si guarda attorno smarrito, chiedendosi dove si trova e come mai ha sbagliato stazione. Tutti pensarono a un attacco di cuore, considerata l'età non più giovanissima e il temperamento ansioso. Nessuno si preoccupò di capire a cosa fosse dovuto quel leggero rigonfiamento sulla sua gola così avida di dolce. Era morta così, affogata dalla golosità tanto a lungo tenuta a bada, nella polpa zuccherina di quel frutto della sabbia, nell'unico momento in cui aveva desiderato annullare la distanza e toccare col corpo, finalmente, il sapore di un altro corpo. Passarono gli anni. Un giorno alcuni visitatori abituali del cimitero furono colpiti da un caldo odore tropicale che intiepidiva l'ombra fredda dei cipressi. Si guardarono attorno sorpresi e in un'ala abbandonata del camposanto videro sbucare dalla lastra sbiadita di una tomba ricoperta di erbacce una pianta di datteri. Pensarono a un insolito innesto naturale. Non potevano sapere che in tutto quel tempo il seme del deserto era cresciuto dentro il corpo della donna e ora profumava l'aria. Nelle giornate di vento le foglie dondolavano lente, simili a ventagli carichi di polvere, a mani ansiose di accarezzare. Con un pò di attenzione si sarebbe potuto sentire un alito di voce, un richiamo leggero, il respiro corto di Mariella. Le persone, però, sfioravano appena lo spazio vicino a quella tomba e subito si allontanavano, quasi spaventate dallo sguardo vuoto della vecchia fotografia e dalla solitudine che avvolgeva i vasi senza fiori.
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