mercoledì 13 febbraio 2008
alla ricerca delle radici perdute
Ho incontrato “per caso”, in rete, un video riguardante il recente omicidio avvenuto a Orgosolo del sindacalista Peppino Marotto e dall'ammasso confuso del mio vissuto è sbucata fuori, inattesa, un'emozione. E ora mi ritrovo a fare i conti con un'identità che credevo perduta, o superata, e che in realtà avevo solo rimosso e in parte rinnegato, nell'illusione di poter correre nella vita senza zavorre e senza confini. Ho lasciato a cinque anni i cortili delle case coi muri sgretolati dei tanti paesi che ho attraversato nella prima parte della mia infanzia. Intuivo nei ricordi prudenti di mio padre e nei gesti contenuti di mia madre il sapore di un'isola in cui convivevano l'odio delle faide e la ricchezza umana e sociale di una comunità senza fronzoli, con i suoi silenzi mai vuoti e i suoi codici difficili da interpretare. Tutto ciò però non mi apparteneva, o io così credevo.
Mi accompagnavano nella mia crescita un'altra terra, altri visi e altre storie. Gli scialli neri delle donne e le asprezze della gente della mia infanzia erano solo uno sfondo da sfumare, man mano che iniziavo a gustare altri orizzonti e il sogno di una libertà che sembrava potesse realizzarsi solo in un contesto meno denso di pathos, di fierezza e di severità. Sembrava, o io così credevo. Non mi appartenevano le veglie funebri con sos attitos, i figli sottomessi ai padri padroni, le donne coi baffi, le musiche con la fisarmonica e i movimenti controllati del ballo tondo. Credevo che nulla mi appartenesse di quel mondo al di là del mare, e credevo di potermi confondere con l' accento largo delle mie compagne di scuola. Qualcosa, però, mi rendeva confusamente diversa.......
Dalla terra lontana arrivava ogni primavera mia zia che per l'occasione si toglieva il costume coi bottoni in filigrana e il corpetto di velluto e indossava un colorato abito a fiori alla “continentale”. E dalla terra lontana sentivo arrivare nella nostalgia di mia nonna il sapore del latte di capra e dei dolci di mandorle e l'abbraccio di un paese raccolto intorno ai suoi morti, alle sue feste e alle sue piccole lotte quotidiane. Lei,mia nonna, trapiantata nella casa della figlia in quel posto straniero, aveva portato con sé i suoi abiti neri da vedova e la sua dolcezza senza abbracci. Nelle mie giornate di sole e di rapporti sociali “moderni” tutto questo continuava però a sembrarmi estraneo, e se ogni tanto qualcosa affiorava sotto forma di richiamo, o di spaesamento, lo ricacciavo in uno spazio indefinito per paura di doverlo accogliere e dovermi fermare a farmi domande. Il giorno in cui mio padre riportò la famiglia nel suo piccolo centro circondato dal mare mi sentii defraudata. Si spezzavano, nello spazio ristretto di un'isola che mi sembrava ripiegata su se stessa e senza vie di scampo, i miei progetti proiettati verso orizzonti più ampi. E da allora fu un continuo fuggire da tutto ciò che avrebbe potuto incatenarmi a quel posto. Sentivo le radici ingombranti come catene e inutili come lacci. Vivevo la mia non appartenenza come una specie di privilegio, in grado di offrirmi più opportunità di scelta. Attraversavo i luoghi della mia infanzia protetta dalla corazza di un distacco solo ostentato, quasi fiera di non essere costretta, grazie al mio passato di lontananza, a mischiarmi alle persone e ai posti che non facevano parte del mio vissuto e che non volevo accogliere nella mia vita. E di nuovo quella sensazione di spaesamento, quel sentirsi fluttuare nell'assenza di punti di riferimento, quel vuoto da riempire. Nel mio andare lontano credevo di incontrare la terra promessa, un miraggio per me che mi ero messa in esilio volontario, ma toccavo la forza di radici che non mi appartenevano e con le quali non potevo integrarmi. Ho vagato per anni sospesa nella sensazione di non poter recuperare ciò che il mio passato aveva già consumato e di essere destinata a non far parte di nessuna identità, condannata per mia scelta a vivere nella terra di nessuno. Il mio limbo. Arrivare fin qui, fino all''accogliere con sorpresa e sollievo l'emozione trasmessa da un accento, da uno scialle nero e da un sentirsi in qualche modo parte di qualcosa è stato il mio viaggio, non ancora concluso. Non c'è più paura, ora, non c'è più rifiuto. C'è la riappropriazione di un universo finora negato che mi apre nuovi spazi, c'è la scoperta di radici che hanno perso la loro pesantezza e sono diventate leggere come ali.
E grazie a queste ali non avrò più bisogno di elemosinare ospitalità, ma mi sentirò a casa ovunque.
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