giovedì 1 novembre 2007
la moglie del baba
Mi accoglie come se mi avesse sempre conosciuta e in un attimo dimentico le peripezie affrontate per raggiungerla, in balia di un autista di rikshaw che, pur di non perdersi la corsa, fa finta di conoscere il posto in cui vorrei arrivare. Dopo vari chilometri, come spesso succede, si ferma, mi chiede dove voglio andare e alla mia risposta mi guarda con gli occhi a forma di punto interrogativo, assicurandomi che “no problem”, lui sa bene come arrivarci. Con la massima disinvoltura rimette in funzione il finto tachimetro e imbocca a caso decine di incroci, sicuro che alla fine riuscirà a scodellare le mie natiche frollate nel posto desiderato. Christine vive in un ashram coi vialetti di sterco secco di vacca e centinaia di piante preziose. Ha i capelli legati, d’un bianco precoce, che le regala il privilegio di mettersi al riparo dalle pesanti attenzioni maschili. L’accenno veloce agli appetiti sessuali degli Indiani continua ad allargare quel piccolo squarcio che si sta sempre più aprendo nella concezione mistico-romantica che mi ostino a imporre a questo paese. Ci stanno però pensando i suoi abitanti a demolire la mia poesia, con i loro sputi rossi di betel, i loro sorrisi azionati dalla prospettiva di un guadagno, i loro anelli con l’immagine della dirigente politica di turno incastonata fra finti brillanti, i senza casa che si arredano un appartamento nei sottoscala, i ristoranti vuoti in cui devi aspettare per ore che ti servano il pranzo, i bambini che sui treni cantano sbattendo due sassi come nacchere, i treni che sembrano vagoni per deportati ai campi di concentramento, e la puzza di cacca che ti entra dappertutto!Christine è pacata, conosce la gente che percorre questi villaggi ed in parte è una di loro. Ha fatto fiorire nelle povere case giardini di erbe mediche, ha parlato alle donne intoccabili della magia della loro terra, che produce piante utili per la salute e l’alimentazione, e le ha guidate nella creazione di piccole imprese autogestite, parlando con la loro lingua e i loro affanni. Sullo sfondo gli uomini, i mariti alcolizzati, che riempiono gli spazi dell’ozio e della disperazione con una botta al cervello. Lei sa che nella parte più profonda di ogni donna, quella che nutre l’amore per la vita, che è madre e custode della natura, si trova il segreto per strappare all’oblio e alla distruzione la potenza delle erbe ayurvediche. Sa anche che per entrare in contatto con quella parte deve attraversare le barriere della diffidenza e della stanchezza, in un posto dove manca l’essenziale e dove ogni giorno è lotta per la sopravvivenza. Sa che deve lei stessa scavarsi dentro, toccare il proprio vissuto e le proprie paure e mettersi in gioco totalmente. Non si è portata con sè, dal mondo della sua infanzia e dei suoi studi universitari, paraocchi e comodità. E’ qui, e qui vive, in un incredibile innesto fra oriente e occidente. E’ la moglie di un baba, un guru autoritario e goliardico che è, a sua volta, uno straordinario impasto di spiritualità e gusto mediatico. Lui è un santone itinerante, che percorre con la sua moto migliaia di chilometri lungo le strade indiane, ritenendo che “sia necessario viaggiare e che solo dopo aver visto tutto ci si può fermare in un posto”. Adora la televisione e il fumo in tutte le sue varianti, conosce venti lingue indiane, ma pochissimo l’inglese, ha frequentato la scuola per soli sette giorni, ama la macchina fotografica e la sua immagine di sadhu dagli occhi ammiccanti. Un’altra crepa fa traballare il mio piccolo mondo di convinzioni sull’ascetismo e il suo distacco dalle cose materiali, sulla spiritualità indiana lontana dalle luci della ribalta, alimentata soltanto dal ritiro e dalla preghiera dentro le grotte dell’Hymalaya. Provo una divertente sensazione di fregatura, di cui so di essere l’unica responsabile e mi affascina la scoperta di quest’altra faccia dello spirito, di questa forma di meditazione dinamica che mi permette di rimescolare le carte e di ricominciare a giocare. In fondo, mi sono messa in viaggio anche per questo! Christine vive senza apparenti lacerazioni il suo baba e le sue intemperanze. La sua voglia di oriente s’innesta con la bramosia d’occidente del suo compagno di strada e il loro rapporto è un impasto vitale di razionalità e di passione. L’onda infinita che ha mangiato le coste e i villaggi li vede impegnati ad affrontare l’emergenza della fame e delle epidemie, lei col suo programma di aiuti internazionali, i suoi interventi e le sue riflessioni, lui col suo buttarsi fra gli sfollati e i pasti da distribuire, senza esitazioni e calcoli da ragioniere. Christine indossa un kurta color amaranto, acquistato nelle botteghe in cui si continua a tessere coi telai tradizionali come ai tempi di Gandhy, e si muove con eleganza. Potrebbe stare a suo agio in un completo Armani sui divani di un salotto-bene della buona borghesia e assapora coi piedi nudi i suoi vialetti di sterco, e attraversa la polvere del suo villaggio di intoccabili, distribuendo rose alle donne e alla magia dei loro giardini senz’acqua. E’ in contatto col mondo accademico indiano ed europeo e con le divinità del suo piccolo altare domestico, dove accarezza con l’olio e i fiori freschi Visnhu e Ganesha, lei che, pur non essendo nata hindù, lo è diventata per amore e per scelta. Mi racconta incredibili storie di scorpioni e di cobra arrotolati nel suo letto, di bambini orfani costretti a lavorare a sette anni nella solitudine della montagna e ora penzolanti dall’albero dei suicidi, di madri morte per mancanza d’amore. Mi rivivo bambina assetata di narrazioni. Arriva la sera, fra il gracidare delle rane. Gruppetti di ragazzini si sistemano nelle stanze dell’ashram, al riparo dal buio delle loro capanne senza intimità. La fontana accoglie il riposo del fiore di loto. Un geco ha scelto le pareti della mia camera per passarvi la notte. Controllo che nessun cobra abbia scelto di condividere con me le lenzuola del mio letto e mi addormento, sazia di storie. Sogno un baba bellissimo che corre nudo con la sua moto sulle nevi dell’Hymalaya, rincorso da una troupe televisiva che vuole ingaggiarlo per uno spot pubblicitario, e scivolo nel sonno, ignorando il finale.
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