Sembra quasi che ci siamo dati appuntamento all’aeroporto! Vedo le due amiche col costume in valigia e non mi sembrano poi così anoressiche, né così superficiali. La borsa da yoga della donna che credevo finto-alternativa ha davvero dei bei colori e lei mi sorride con simpatia. Scopro che il signore palestrato è un tranquillo studioso di religioni orientali. Penso a quanti virus dell’intolleranza e della stupidità avrò disseminato in giro, un pò come hanno fatto con i virus del raffreddore i miei antenati bianchi nelle foreste dell’Amazzonia. Mi piace pensare che il vortice d’energia che si è mosso nel terzo occhio della donna sadhu, dentro la grotta sulla montagna in cui vive da quaranta anni, si sia messo in contatto con la mia corazza di paure e stia provando a stanarmi. Cerco con gli occhi il tipo dello “stand by” e penso con malizia che sarà ancora nel suo parcheggio esotico. Ricominciamo bene! Ci si può alleggerire in una passeggiata dell’anima, è vero, ma senza stress da traguardo, così come ho imparato in questo pezzo di strada. Beh, qualche virus che non cresce dalle mie parti mi avrà pure contagiato, spero! So che nel prossimo incontro con l’India avrò altri occhi e so che anche lei avrà continuato il suo viaggio. Non so se ci riconosceremo, se il nostro è un arrivederci o un addio. Non importa. So di certo che sulle porte le figurine con le mani giunte continueranno ad accogliere gli ospiti con lo stesso abbraccio. Sarà ancora Namastè. Che il mio cuore si unisca al tuo. Mentre sono in volo mi faccio cullare da una parola in sanscrito che significa “cambiamento”. Non ne conosco la grafia, ne ho ho conservato soltanto la musica. E’ il mio mantra, e con questo mi perdo tra le nuvole, nel torpore della digestione post pranzo di bordo.
Anicha.
Quando non avrò più paura di tornare incomincerà il mio viaggio.
Fino ad allora non sarò mai davvero partita.
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