ma è proprio un blog?

Questo blog è un pò vecchio stile, intimista e quasi privato, lontano dai modelli futuristici, o politicamente impegnati, o socialmente costruttivi e di denso spessore culturale che mi capita di visitare e che spesso apprezzo e ammiro per la creatività e la profondità. Io mi sono semplicemente regalata uno spazio per rendere visibile ciò che scrivo e così farmi leggere e spogliarmi in pubblico, concedendomi solo ogni tanto qualche goffo tentativo sulla strada della tecnologia e qualche leggera digressione per riflettere su ciò che accade e mi colpisce. Non ho voglia di creare una rete di rapporti "in rete!"
Scrivo soprattutto per il piacere di farlo, anche se ammetto di essere incuriosita e coinvolta dal parere di chi mi legge ed entra così nel mio mondo.
Namastè, a tutti quelli che avranno voglia di farmi compagnia e di percorrere insieme a me un pezzetto del mio viaggio.

Masema e i suoi figli

Masema e i suoi figli
come eravamo...
omaggio a castaneda

"Ci sono milioni di strade. Un guerriero, di
conseguenza, deve sempre tenere presente che
una strada è soltanto una strada; se sente di non
doverla seguire, per nulla al mondo dovrà
indugiarvi. La decisione di proseguire su di essa
o di abbandonarla dev'essere presa
indipendentemente dalla paura o dall'ambizione.
Un guerriero deve considerare ogni strada con
attenzione e determinazione e c'è una domanda
che non può fare a meno di porsi: questa strada
ha un cuore?
Le strade sono tutte uguali: non portano da nessuna
parte. Ciononostante, una strada senza un cuore
non è mai gradevole. D'altro canto, una strada con
un cuore è facile...un guerriero non deve sforzarsi
per trovarla gradevole, essa rende il viaggio felice e
finchè un uomo la segue, è una cosa sola con essa. "


da " La ruota del tempo " di Carlos Castaneda

Informazioni personali

Non voglio ingabbiarmi in definizioni che ora potrebbero appartenermi e fra un attimo potrebbero essermi estranee. Tutte le informazioni contenute in questo spazio sono perciò volatili, un gioco di parole per far finta di essere seri e ridersi invece addosso subito dopo. Il mio obiettivo è quello di liberarmi della mia storia personale. La strada per arrivarci è forse quella di renderne pubbliche alcune parti, in modo che non vengano più protette dal segreto dell'intimità e possano vivere per conto proprio, staccandosi dal mio possesso. E' una strada come un'altra, basta percorrerla senza attaccamento.

giovedì 1 novembre 2007

la moglie del pellegrino

Si muovono a gruppi, macchie di scuro che riempiono le strade. Sono tutti magrissimi, col petto ricoperto di collane della preghiera sulla pelle e come unico indumento un dothi nero. Sulla fronte strisce di polvere bianca, rossa e giallo zafferano. Sono i pellegrini di Aiappa, l’incarnazione di Vishnu, che lasciano i loro villaggi e le loro cittàper raggiungere i luoghi sacri e adempiere a qualche promessa o chiedere qualche regalo al loro dio. Non vedo sorrisi femminili fra le teste di capelli corvini che si affacciano ai finestrini dei pullman senza vetri, addobbati come altari durante le processioni. Vedo solo tanti denti che ridono, e la gioia di ragazzini in gita, e la disinvoltura di evacuazioni corporali fatte in gruppo, ai bordi delle strade. Il privilegio delle donne di far parte delle schiere di devoti finisce alle soglie dei dieci anni, quando le bambine perdono la loro purezza, macchiata dal sangue delle mestruazioni, e ricomincia alle soglie della vecchiaia, quando la fine dell’età feconda svuota e purifica il loro corpo. Ma Prja ha il suo Swami, il suo Signore in casa, il suo Maestro, e vive di riflesso l’emozione e l’orgoglio del pellegrinaggio che il marito compirà fra quarantun giorni, che durerà una settimana e peserà di quattromila rupie sulla precarietà della famiglia. I sacrifici diventano leggeri se affrontati con devozione. Per non turbare il cammino dello sposo verso la comunione con il divino, e aiutarlo a rispettare le regole imposte da un rituale molto rigido, non esita a sparire nei suoi cinque giorni di sangue fra le capanne del suo villaggio d’origine, nascondendosi così non solo al contatto ma anche alla vista del marito e di qualunque altro Swami. Anche Sashi, come tutti gli altri pellegrini, passerà le sue serate e le sue notti nel tempio del paese, per rientrare l’indomani nella sua casa dove sarà esentato dai lavori faticosi e servito dalle donne della famiglia. Sono guidata a toccare con mano cosa significhi vivere la sacralità del corpo che ospita la divinità e per questo onorarlo e venerarlo al di là di ogni apparenza. Faccio davvero una gran fatica. Guardo a questo rito di iniziazione hindu con gli occhi ignoranti di un’estranea, attraverso la crosta di cinismo e il distacco dell’ironia che spesso mi fanno da stampelle nelle situazioni più a rischio per le mie certezze. Il viaggio di purificazione richiede sobrietà, austerità, autocontrollo e mi riesce difficile pensare in che modo Sashi possa condurre una vita più sobria o più austera di quella di tutti i giorni, all’insegna di piatti di riso a pranzo e a cena, di totale assenza di svaghi e di panni sporchi da lavare come alternativa alla fame. Penso che i quarantun giorni di penitenza non rappresentino poi per lui un grande sconvolgimento e che forse una settimana con gli amici sulle strade sconosciute dell’India possa ritemprare il suo spirito più di una mortificazione. Prja lo accompagnerà col pensiero e anche col sonno: facendo i turni con la suocera dovrà infatti assicurarsi che la candela dell’altare domestico rimanga sempre accesa, per evitare che spegnendosi possa essere di cattivo augurio. Si sente onorata per la presenza di uno Swami nella sua casa e fiera di esserne la moglie. Abbandono le mie stampelle. Non so cosa significhi devozione, dedizione, fede. Non vedo più una donna che si sfianca e si sacrifica. Vedo soltanto la gioia dei suoi occhi adoranti nell’incrociare un pullman carico di rumorosi uomini in nero e so che nessuna analisi di tipo pseudo-socio-antropologico potrà annebbiare quella gioia. Dopo il solstizio d’inverno, il giorno in cui tutti i pellegrini si riuniranno nel luogo sacro per salutare il sole che spunta da dietro una collina, Prja potrà di nuovo toccare il cibo del marito, potrà di nuovo dormire con lui e lasciare che la lampada si spenga, fino alla prossima promessa, al prossimo viaggio verso la divinità. Le rimarranno i lavori faticosi da fare, come punto d’unione fra i due periodi, a ricordarle che è una donna e che è viva.

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