giovedì 1 novembre 2007
la sposa bambina
La sua immagine per me è legata in modo indissolubile ai miei piedi e al suo tentativo di baciarmeli. Per dimostrarmi la sua gioia nel rivedermi si butta fino a terra per accarezzare le mie appendici che scoppiano di sudore e costringe le sue bambine a fare altrettanto, rischiando così un’intossicazione a causa degli effluvi che emanano dalle mie scarpe da ginnastica dopo una giornata di umidità indiana. Eh no, i piedi no! Non mi sono preparata per accettare simili atti di venerazione! Ingaggio una piccola lotta per impedirle di compiere un gesto per lei così naturale e per me così esagerato e leggo nei suoi occhi stupimento e delusione. Col mio rifiuto rispetto i dettami della mia formazione politico-sociale tanto impregnata di democrazia e mi sento eticamente a posto. I dettagli non contano, se si salvaguardano i principi! Non importa se impedisco a lei di sentirsi altrettanto rispettosa delle sue regole, e la privo della gioia di manifestarmi la sua devozione, il suo rispetto, la sua umiltà. Non importa se la costringo a comprimere nello spazio di un abbraccio un’emozione che ha bisogno di un gesto imparato fin da bambina per esprimersi nella sua pienezza, e la lego così a un debito di riconoscenza. Ho la presunzione di ritenere i miei schemi di comportamento più corretti e democratici di quelli della sua gente, e ho l’arroganza di imporli in un mondo di cui non conosco il codice, dove i concetti di dignità e rispetto, di umiliazione, uguaglianza e sottomissione si rapportano a un vissuto che parla un linguaggio per me incomprensibile. Non posso impedirle, però, di ornare ogni mattina i miei capelli con un fiore appena colto. Mi sento un pò come quei buoi agghindati per sfilare col carro nelle feste paesane, ma mi rispecchio nella soddisfazione dei suoi occhi e le sono grata per farmi sentire una regina. L’incontro con Vasundra mi apre le porte di un universo difficile da decifrare e da accettare, affascinante e terribile. Vasundra ufficialmente non esiste: come tutti i bambini del suo villaggio, così come era successo per i loro genitori e per i loro nonni, non è stata registrata all’anagrafe. Occupa un posto nella memoria collettiva di tutti quelli che l’hanno vista crescere nella pace lenta delle campagne e non si cura dello spazio lasciato vuoto negli archivi degli uffici, contenta di trovare diritto d’asilo fra le file di altre donne in coda agli sportelli delle banche dei poveri. Ha forse vent’anni, presume, e ricorda di essersi sposata da bambina. Mi mostra con orgoglio la foto del suo matrimonio e mi sembra una piccola principessa, col gelsomino nella treccia e un diadema di plastica lucente sulla fronte. E’ un pittoresco innesto di passato e futuro, di richiami ancestrali e miraggi consumistici, vissuti con la limpidità e l’inconsapevolezza di un bambino, calati nel suo presente di piccoli orizzonti quotidiani, liberi da ansie. E’ la gioia di camminare a piedi scalzi per continuare a sentire il contatto con la terra, incurante di escrementi e sputi che ingombrano la strada, e conservare nella pelle la voce dei campi assetati del suo villaggio ed è anche il tentativo di sacrificarsi dentro un paio di scarpe troppo grandi per lei. E’ il gusto di contrattare per un limone rinsecchito con il ritmo lento di chi vive le giornate in armonia col passaggio del sole e insieme il divertimento di armeggiare con un telefonino vecchio modello ricevuto in dono, in un gioco di velocità col tempo e con lo spazio. Mi racconta se stessa in un inglese creativo, modellato sul telugu dalla sua fantasia, imparato per intuito fra i panni da lavare nelle terrazze delle case acquistate dagli occidentali arrivati in vacanza spirituale nel suo paese. Nello spazio di un’ora mi regala col suo trasloco una lezione sulla leggerezza, riuscendo ad arrivare là dove nessun libro di filosofia zen era ancora riuscito a portarmi, oltre la mente, nel luogo del corpo e del cuore. In un giorno propizio per gli spostamenti, secondo il calendario hindu, si lascia alle spalle il buio di un corridoio che era tutta la sua casa, carica su un carretto le sue pentole d’alluminio e il televisore, regalo di nozze della madre, e si trasferisce in un nuovo appartamento. Anche qui mette in mostra i suoi tegami e continua a cucinare dentro un’unica pentola consumata dal riso. Anche qui, accovacciata per terra, continua a spargere le bucce delle patate sulle piastrelle della cucina, fra i quaderni e i libri delle sue bambine, sdraiate per terra a fare i compiti per lasciare il posto, sul tavolo di legno trasformato in altare, alle divinità profumate di ghirlande fresche e allietate ogni mattina dal suono delle campanelle. E’ a loro che lei affida la sua famiglia ed è a loro che riserva il posto d’onore. In un breve viaggio dal suo paese povero e polveroso verso il Kerala lussureggiante di frutti è costretta a vivere l’orgoglio e la fatica delle sue radici e a confrontarsi con la sua identità. Quasi messa alla porta in un pretenzioso alberghetto di città da un portiere attento a dettagli di casta per me indecifrabili, non si ribella e il suo sguardo parla di abitudine al rifiuto, di rassegnazione, di attesa. Superato l’ingresso, si lascia alle spalle l’attimo di esclusione e gioca con l’ascensore, con la sorpresa di un bambino che scopre un giocattolo sconosciuto. Esce poi dalla sua camera col gelsomino nella treccia e un paio di jeans, ricordo di qualche turista con la valigia troppo piena, e si tuffa negli odori del mercato dei fiori, ride e sorride, osserva, giudica e mi compra una rosa. Senza il suo sari sintetico ha perso la sua aria da piccola principessa orfana di fiabe, ma ha regalato agli angoli bui della sua infanzia di lavoro la spensieratezza della vacanza. Si porta addosso le coordinate del suo piccolo villaggio e con quelle delimita il mondo. La forma, il colore e la consistenza dei chicchi di riso fanno da spartiacque fra tutto ciò che per lei è patria e ciò che ne sta al di fuori. E’ convinta che l’India finisca con i confini del paese in cui vive e ne attraversa gli spazi sentendosi estranea alla sua stessa terra, in un intreccio di curiosità e nostalgia, di paura e di voglia di osare. Affacciata al finestrino del treno sembra volersi unire al respiro del mondo che scorre sotto i suoi occhi, mentre cerca con i piedi nudi la ruvidità delle zolle. Forse un giorno qualcuno dei suoi dei si accorgerà del profumo dei suoi fiori sul tavolo da cucina e ricambierà il suo sorriso.
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