Tutto nasce dalla voglia di portarmi a casa un pezzetto dei miei viaggi e di portare nei miei viaggi un pezzetto di casa, senza ben capire dove stia il confine e se un confine esiste.
L’abitudine a etichettare mi tiene compagnia durante il volo. Io sono da una parte, la viaggiatrice illuminata, la vagabonda dello spirito, gli altri di là, ingabbiati nella loro banalità, volgari nella loro ricerca godereccia del posto da consumare. Tutti vanno a Kovalam, la riviera romagnola dell’India.Una ragazza angelicata ostenta una vistosa sacca per lo yoga e giurerei che per lei si tratti soltanto di un’alternativa esotica alla palestra e non di un percorso dell’anima. Dal bagaglio di un quarantenne palestrato sbuca una racchetta da tennis e mi chiedo in quale albergo dovrà mai atterrare! Due ragazze anoressiche si scambiano illuminanti opinioni sui locali notturni indiani. Immagino che nella loro valigia non manchi lo slip al filo interdentale da esibire sulla spiaggia e che abbiano sbagliato destinazione, pensando forse di approdare a Ibiza! Più in fondo qualcuno informa i presenti di essere in “stand by”, scambiando la “mia” magica India per un parcheggio in cui scaricare lo stress e la noia! Incominciamo bene! Non doveva essere un viaggio all’insegna della demolizione dei miei vecchi schemi mentali? Il mio ego e il mio giudice interiore sembrano ringalluzzirsi ad alta quota e i buoni propositi di uscire dalla gabbia del conformismo galleggiano nel torpore di una digestione post pranzo di bordo finto vegetariano. La discesa è umida. L’aria dell’India mi avvolge per salutare il mio ritorno e io mi sento a casa. I grossi fiori rossi parlano di sole, così come il sudore appiccicoso che mi cola con rivoli di smog lungo la schiena. Tutto come sempre: l’assalto dei tassisti, la contrattazione pubblica, la materializzazione di gruppi di ascolto intorno alla pomposa vecchia Ambassador per seguire lo svolgersi della trattativa e scoprire chi si aggiudicherà la corsa. La privacy, qui, è un optional, un lusso non sempre disponibile. Può capitarti, all’uscita da un ristorante, di incappare in qualcuno che quasi ti strappa la ricevuta di mano per controllarne l’importo, o di dover condividere lo spazio di una cabina telefonica con un paio di orecchie spudoratamente attente alla tua conversazione. Farsi gli affari degli altri è un gesto accettato a livello sociale e può davvero essere un buon antidoto per l’insoddisfazione e la noia visto che i propri, di affari, non veleggiano nel mare della prosperità e ti lasciano tanto tempo libero! Penso con preoccupazione al giorno in cui dovessero introdursi sistemi in grado di preservare un minimo di riservatezza, almeno quella ipocrita di noi occidentali. Si rischierebbe di minare le basi di un’antica democrazia, milioni di persone potrebbero precipitare in una depressione collettiva! Perché togliere a un’immensa folla di nullafacenti coatti l’occasione per socializzare? Perché rubare loro gli spazi per il confronto e il controllo sociale e scipparli della soddisfazione di non sentirsi soli in una società così precaria? La città viaggia nel caos. Da un rikshaw spuntano la testa di un vitello e quelle di altri tre passeggeri e tutto appare normale. Qui lo spazio, così come il tempo, sembrano dilatarsi per accogliere chiunque voglia farne parte. Sui muretti che costeggiano la strada gruppi di uomini stanno accoccolati a chiacchierare per ore col bacino appoggiato sulle magrissime gambe piegate, nella posizione per loro tanto naturale e per noi causa certa di atroci dolori da contorsione. Il mio pensiero va ai vasi turchi e alla salutare ginnastica da equilibrista che mi aspetta per assolvere alle mie funzioni corporali, quando non saprò se maledire o rimpiangere la morbidità dei nostri water, accoglienti come poltrone e portatori di emorroidi. I suoni rotondi del malayalam mi accarezzano come onde musicali in un universo sconosciuto. Dai templi entrano ed escono senza sosta gruppi di pellegrini che vivono una spiritualità impregnata di gesti quotidiani, che mangiano all’ombra delle statue e le accarezzano col burro e le preghiere, parlano e cantano coi loro dei, contrattano coi visitatori e chiedono l’elemosina. Nella penombra risuonano i battiti delle mani per risvegliare l’attenzione delle divinità sorde e lo schiocco delle noci di cocco spezzate in onore di dei golosi. Le fioraie intrecciano per ore, sulle strade in cui s’aggirano cani ebbri di profumi, ghirlande di gelsomini e di rose e creano coi petali di campo ricami pazienti destinati a morire al tramonto. L’eternità dei riti cresciuti nel lento scorrere delle generazioni consacra la precarietà del presente, fra negozi in cui si celebra il trionfo del kitch e il festival della plastica. All’ombra di un grande Buddha rosa appeso fra scarpe, piattini per le offerte e collane di semi un bambino con gli occhi chiusi e in posizione yoga fa meditazione, nel suo spazio di silenzio.Il traffico della città si è arrestato davanti alla porta. E’ la stagione dei manghi in fiore.Ne cerco il profumo e mi metto in cammino.
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