Madre natura sembra essersi distratta in quest’angolo di mondo, dove qualcuno dice che si aggiri il maggior numero di anime alla prima incarnazione. Sarà per questo carico che lungo le strade si trascinano i corpi incompleti di tanti mendicanti e che si sente nell’aria il peso di tale fatica. Qui si lotta ogni giorno per poter strappare un posto in prima fila in cui esibire le proprie deformità, e grazie ad esse intenerire o sconvolgere la coscienza dei passanti e così procurarsi il salario quotidiano. Lei emerge sulla folla col suo sari sbiadito e la sua prepotenza. A lei madre natura ha prestato attenzione, regalandole un aspetto da regina e denti perfetti. Il suo posto di lavoro è il pezzo di strada più affogato di pellegrini, il suo strumento gli occhietti cisposi di un bambino attaccato al suo collo. Ha un sorriso sfacciato, il corpo flessuoso e uno sguardo che fruga negli occhi. Mi chiede un litro di latte per il figlioletto affamato. Non sono più disposta a distribuire rupie per alimentare l’accattonaggio! Ho rimuginato per tanto tempo sui sensi di colpa che noi occidentali ci portiamo addosso insieme alla memoria delle nostre prepotenze e non credo che potremo saldare il conto cavandocela con un pò di elemosina! Rupie no, va bene, ma come negare il latte a un bimbo che ha fame? Entro nel negozio più vicino, guarda caso proprio all’angolo, e dopo aver compiuto il mio dovere mi allontano, in pace con la mia coscienza e con il mio passato colonialista. Mentre cerco di districarmi fra tutte le altre mani che chiedono e i moncherini che mi vengono agitati davanti agli occhi mi giro un attimo e vedo l’ondeggiare del suo sari sulla porta del negozio. La vedo uscire con un litro di latte in meno e una manciata di spiccioli in più. Sono combattuta fra la rabbia e l’ammirazione. Mi sento presa in giro e lascio che il mio ego si agiti e si senta ferito da una piccola truffatrice, ma insieme mi gusto la sua interpretazione nell’animato teatro di strada. Cresciuta fra la polvere e la sete di queste campagne non ha strumenti per fregare il destino e cambiare lo scenario della sua vita. Può solo recitare la parte che le è stata assegnata. Mette in atto da anni tutti i giorni la sua piccola rappresentazione con spettatori sempre diversi e con bambini presi in prestito, e chiede alla sorte di pagarle almeno il pedaggio. Più avanti la scena assume contorni più cupi e diventa tragedia. Non c’è spazio per la scelta delle parti e dei ruoli. Non si recita in questo pezzo di strada, dove il bastone di un poliziotto color cachi si abbatte su un mendicante che ingombra il passaggio con un rumore di legno secco e con la stessa noncuranza con cui ammacca la lamiera di un rikshaw per farlo spostare. Ci saranno davvero nei dintorni tante anime alla loro prima incarnazione? Mi giro verso l’albero dei desideri e chiedo allo spirito che lo abita di poter scoprire, il prossimo anno, di quale colore saranno gli occhi del bambino attaccato al collo della mia giovane attrice di strada.
il tatuaggio
Al largo l'oceano di notte é un pulsare di luci. Domani le barche dei pescatori scodelleranno sui tavoli dei troppi ristoranti pesci esagerati, offerti come scalpi dai sorrisi di camerieri servili, e rifiutati dai clienti, che li immaginano gonfi dei corpi trascinati in acqua dallo tsunami. Il mattino quì a Varkala ha la grazia dello yoga. La spiaggia si sveglia con le pennellate di arancio, di giallo e di viola dei tappetini da meditazione rivolti ai colori dell'alba, e la nenia dei canti sacri s'intreccia con i suoni gutturali di chi si purifica ed espelle il catarro della notte. All'arrivo del sole il silenzio del raccoglimento e l'ascolto della voce del proprio corpo in preghiera lasciano il posto alle tinte chiassose di un mercato che si vende ogni giorno lungo i bordi della strada. Cammino fra il patchwork delle botteghe, passando dai banchi che espongono ametiste e turchesi ai piccoli laboratori dei piccoli sarti tibetani, capaci di confezionarti nello spazio di un inchino ciò che una sartoria italiana finirebbe in una settimana. Fra gli arabeschi di un tappeto appeso a far da tenda nell'ingresso di un negozietto si fa avanti una ragazza che mi invita a comprare. Mi faccio incantare dalle linee all'hennè che le incorniciano il mento, il naso e un lato della fronte e rendono ancora più indecifrabile l'oscurità dei suoi occhi. Le faccio i complimenti, con il distacco di una turista di passaggio che vuol mostrarsi educata e gentile verso il paese che la ospita. Non ho nessuna intenzione di rallentare la corsa delle mie vacanze per fermarmi a raccogliere frammenti di vite che non mi appartengono. Ancora una volta però l'emozione di una storia mi costringe a fare una sosta, ad attraversare la distanza che mi rende straniera a questa terra e a sfiorarne almeno il mistero. Ancora una volta sono costretta ad andare oltre la merce che questa terra espone nelle sue bancarelle di colori e luccichii di specchietti, ad amarla per la bellezza che trattiene anche nel dolore e a rispettarla anche per tutto quello che non posso capire. Nel villaggio della ragazza le donne ricamano da sempre sulle trame dei tappeti i simboli della loro storia. Lì le mamme tessono come Parche il destino delle proprie figlie con oscuri ricami sulla trama dei loro visi, per rendere visibili l'orgoglio di un'appartenenza e le tracce di un passato da custodire. Le bambine crescono portandosi sulla pelle l'indelebilità di segni che parlano di identità tribale e che le mettono al riparo di una comunità dentro i cui confini si sentono riconosciute e accettate. Ora dentro quel villaggio sono arrivati i richiami e le voci di un villaggio più grande che ne sta sradicando le barriere protettive. Le bambine diventate donne si caricano sulle spalle i tappeti tessuti coi colori delle loro campagne e li portano lontano, sulle spiagge attraversate da passaggi stranieri, costrette a confrontarsi con altri visi e altri vissuti. Ciò che prima parlava di fierezza e le legava alla trama di un passato comune ora pesa come una catena e brucia come un marchio. La ragazza vorrebbe strappare le linee incise sul suo volto, segni di un codice che non vuole o non sa più decifrare, vorrebbe strapparsi di dosso l'ipoteca di un futuro intrappolato in un disegno e cresciuto sulla sua pelle a sua insaputa. Non s'incrociano, i suoi ricami, coi ricami che fioriscono sui corpi abbronzati dei giovani rasta e che parlano di avventure da ricordare e di passioni da raccontare. La informo che ora esiste una tecnica per cancellare i tatuaggi. Mi sorride, ma soltanto con le labbra. Sa che nessuno potrà mai cancellare i suoi tatuaggi, perchè nessuno potrà mai cancellare la sua storia. Oscilla fra l'amore per un passato che le appartiene e il desiderio di un futuro che non può scegliere. Mi sembra di vivere in una fiaba senza fate e senza magia. Sulla spiaggia intanto tre donne entrano in acqua coi loro sari e quando escono si rotolano nella sabbia felici come bambine delle elementari in gita scolastica. Due capelloni quarantenni con infradito e sarong posano sullo sfondo dell'oceano per la foto ricordo insieme alla venditrice di noci di cocco. Più avanti una coppietta di fidanzatini si tiene per mano e si sorride, aspettando che l'onda li copra. Anche loro sono vestiti, ma lei indossa un paio di jeans. Ha lasciato alla memoria della madre il lungo rito per fasciarsi ogni mattina nella seta del sari, sospesa in uno spazio che la sua generazione avrà il compito di modellare. Forse ha fatto il primo passo verso una maggiore libertà, avvicinandosi ai modelli che arrivano coi voli charter da oltre oceano e spediscono cartoline coi visi tatuati delle bellezze locali, forse dovrà aver cura di proteggere l'immagine di quei sari che si gonfiano d'acqua, e la gioia del contatto con la sabbia, e lo sguardo incantato delle famigliole in piedi davanti all'oceano a godere il tramonto del sole. Al largo passa un gioco di delfini. Con un battito di ciglia lascio la scogliera e mi creo altre pagine di realtà.
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