giovedì 1 novembre 2007
l'abbraccio
Sulla riva marciscono le meduse soffocate dagli stracci. L’acqua lambisce le case del villaggio sventrato dallo tsunami. Odoro la patina muschiosa che ricopre le pareti cercando di intuire il respiro degli abitanti oltre il vuoto lasciato dall’onda, mentre qualcuno mi fa accomodare nell’unica sedia di plastica sopravvissuta. Qui la gente si porta addosso da sempre la fatica della vita, contesa ogni giorno al fango di questi canali, ingannata e incantata dalla bellezza di una natura generosa soltanto di palme e di sole. Qui la gente non conosce le strade per far arrivare i suoi richiami al di là della riva e nutre in silenzio rassegnazione e rabbia. E’ questo il mondo di Amma, la donna che abbraccia. E’ vestita di bianco e sorride. E’ una chiazza di luce, energia primordiale in contatto col cielo. Con il dono del suo corpo accorcia il tempo dell’attesa e parla con l’anima per placarne il bisogno di divinità. Il suo canto nasce dalla sofferenza di questa terra e raccoglie la voce di tutti quelli che non sono stati uditi, trasportandola con il ritmo delle tablas oltre l’acqua di queste paludi, oltre la volta del tempio, ad abbracciare il cielo. E’ la Madre di carne e di sangue, l’Utero sacro che accoglie le ferite e accarezza il dolore. La semplicità del suo gesto d’amore gioca con la parte bambina che vive impaurita in ognuno di noi ed è forse per questo che le sue braccia hanno attraversato l’oceano e hanno aperto al suo villaggio un varco sul mondo. E dal mondo che si agita al di là della laguna arrivano ora carovane di peregrini dell’anima a invadere la lentezza di questi silenzi. Lontano da qui, in un altro villaggio, ad ogni alba si consuma il rito dell’attesa di un Padre che tutti vorrebbero toccare e che solo pochi prescelti possono incontrare. Maschile e femminile camminano su solchi diversi e complementari di uno stesso tracciato verso la divinità, entrando in contatto con bisogni, angosce e aspettative differenti con la tenerezza e il distacco, con la potenza dell’insegnamento e la vitalità del corpo. Ho vissuto anch’io per un attimo l’attesa del Padre, aspettandone la chiamata in un tempio rosa e celeste gonfio di canti, di sudore e di mani protese a rubare un passaggio di piedi. Nessuna voce mi ha toccato, nessun richiamo, nè il profumo del gelsomino. Non sono stata prescelta. Ora, in questo tempio materno, sospendo il giudizio. Fermo per un alito di tempo il macinare della mente e faccio posto all’andare del cuore. Per farsi abbracciare bisogna aprirsi, per farsi accogliere bisogna darsi. Non so fare né l’una né l’altra cosa, posso solo provarci. Mentre Amma mi abbraccia sento la sua leggerezza e le sono grata. Non so se basterà la potenza del suo amore per sciogliere i grumi che mi porto dentro e che vedo riflessi in altri occhi e in altre lacrime. Faccio un pò di spazio nello zaino che trascino intorno a me stessa ben sapendo che i semi, per fiorire al buio, debbano immaginare che là fuori c’è il sole. Lungo i vialetti dell’ashram, intanto, si consumano fra i profumi d’incenso i soliti piccoli giochi di potere e le solite piccole gare per sentirsi più vicini alla porta del Paradiso. Mi metto in lista d’attesa per far parte del gruppo di elette che a fianco della Madre Divina incarta le caramelle che Lei regala insieme a se stessa. La responsabile dell’operazione assolve al suo compito con uno zelo da secondina, controllando che le pieghe della carta seguano la sequenza giusta e che non ci siano falle in questa catena di montaggio artigianale. Ho la sensazione che la creatività degli Indiani spesso si esaurisca nell’abbondanza di colori e di forme, e che l’osservanza di regole precise e di gesti inderogabili dia loro l’illusione della stabilità. La mia mente si rifiuta di recepire la logica di quell’incartamento e la guardiana mi bacchetta in un inglese che non capisco. Ritorno per un attimo sui banchi delle elementari e rivivo l’umiliazione del rimprovero di fronte a un compito mal fatto. Le mie caramelle vengono bocciate e io so che neanche oggi arriverò alle porte del Paradiso. Mentre mi allontano l’urlo di Amma scuote la sonnolenza dell’aria. C’è bisogno di chiamare a raccolta con maggior forza le energie primordiali degli elementi per costringere il cielo a svegliarsi. Guardo in alto e mi accorgo che fuori c’è il sole.
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