giovedì 1 novembre 2007
la signora della cucina
Nandini indossa in casa un abito coi volants che farebbe inorridire qualunque ragazza occidentale, ma che a me ricorda la morbidezza di nonne avvolte nella flanella rosa e celeste di lunghe camicie da notte. Si alza all’alba, quando i richiami del muezzin dal minareto della vicina moschea s’incontrano con l’eco delle prime preghiere proveniente dal tempio indù e con lo sferragliare del treno che attraversa il suo quartiere. Porge il suo saluto alle divinità ospitate in un angolo riparato della casa e inizia così la sua giornata senza scosse, già suddivisa in scansioni sempre uguali. Sparisce ogni mattina nel silenzio della cucina, assorbita dai profumi di cannella e cardamomo, e ne riemerge dopo ore con un sorriso, offrendomi i suoi piatti piccanti sulle foglie di banano. Il mio stupore nell’osservare la folta peluria di baffi e basette che le oscura il viso si stempera di fronte al pugno inferto alla flora batterica del mio stomaco dalle spezie assassine e davanti alla grazia dei suoi movimenti. Traballano i miei canoni estetici, cristallizzati sull’immagine di pelli levigate e rigorosamente depilate. Come tutte le donne indiane anche lei indossa collane, orecchini, bracciali e anelli d’oro. Ho portato con me per offrirglieli un paio di orecchini made in Italy. Sono semplici e lineari, adatti - secondo i miei canoni estetici - a qualunque situazione e a ogni latitudine, ma il mio gesto sembra suscitare in lei stupore e imbarazzo. Il mio regalo non rispetta i criteri stilistici con cui si scelgono i gioielli femminili e forse lei non trova il coraggio o non sente la necessità di infrangere un modello che ritiene inderogabile. Tutto finisce così nel buio di un cassetto che presto si richiude, a eterna memoria del dono inutilizzabile di un’ospite straniera. Possibile che un articolo di tal classe faccia la fine di tanta paccottiglia regalatami per il mio matrimonio? Prevedo un bell’allenamento per il mio ego! Mi cullo nell’illusione che Nandini, al riparo da occhi indagatori, si guardi allo specchio e si sorrida nei suoi nuovi orecchini, così come facevo io da bambina, quando mi provavo di nascosto le scarpe coi tacchi alti di mia madre e mi sentivo bella e diversa, e temevo e speravo che qualcuno mi scoprisse. Mi appaiono in un flash le donne del Kuwait incrociate in aeroporto, chiuse nei loro lunghi abiti neri da cui spuntano occhi vigili e sprazzi di jeans. Percorrono con passo sicuro sui loro tacchi alti i marmi delle sale d’attesa, le mani intente a digitare sui telefonini ultimo modello. Non so se il loro sguardo proteso verso l’occidente stia liberando la donna compressa dentro il chador o se ne stia solo cambiando il colore delle sbarre. Non so se il cassetto che custodisce i miei orecchini conservi anche curiosità represse e paura di cambiare per non sconvolgere un ordine codificato che garantisce stabilità, oppure rappresenti un sereno appagamento di quello che è. Per recarsi al lavoro Nandini si nasconde dentro le pieghe scure dei suoi sari e io non riesco a capacitarmi per questa sua scelta. Potrebbe ubriacarsi di luce, avvolgersi il corpo nelle esplosioni del giallo e dell’arancio che accendono le sete indiane e invece si mortifica nella penombra delle tonalità più spente. Le sue ore scivolano lente al riparo di una scrivania in una banca senza pretese e senza mensa e nell’intervallo del pranzo mangia riso e banane, chapati e dhal che profumano ancora delle spezie della sua cucina. L’aspetta al suo ritorno a casa la sicurezza di serate tutte uguali, scandite dai capricci e dai canti del figlio che a scuola frequenta un corso di musica, e garantite dall’affidabilità del marito, appartenente alla sua stessa casta e sposato col conforto dell’oroscopo e con la benedizione delle loro due famiglie. Tutto in ordine, tutto a posto, ogni tassello nella casella giusta. Lei chiede con gli occhi il consenso di Manoha per ogni minima scelta, lui non le sfiora nemmeno le mani ma le offre il suo tempo, il suo appoggio e la sua approvazione. Non so se lo sguardo docile di Nandini sia solo passiva accettazione di uno stato conosciuto da sempre e mai messo in discussione, oppure sia il riflesso di un’armonia interiore che si appaga delle piccole cose del proprio universo familiare. I suoceri vivono in campagna, in una casa immersa tra gli alberi del pepe e i manghi in fiore. Sulla porta di legno una figurina con le mani giunte occupa il posto dei nostri “welcome”. Namastè. Che il mio cuore si unisca col tuo. Mi accolgono con il calore di chi vede nell’ospite un dio e preparano in mio onore il pasto caratteristico della loro regione. Nandini è già pronta, perfetta nel suo ruolo di nuora. Si sfila il sari e s’infila nell’abito coi volants. Sparisce in cucina, aspetta insieme alle altre donne della famiglia che gli ospiti, gli anziani e i bambini finiscano di mangiare e infine si siede a tavola, rispettando anche qui lo stesso ordine che si segue nella sua casa di città. C’è pace. Sembra che ogni cosa abbia trovato la sua giusta collocazione. Sospendo il giudizio e mi godo la serenità di questo pomeriggio fatto di niente. Guardo Nandini e i volants della sua flanella e di fronte alla sua quietezza si smorzano le mie ansie di cambiamento, la mia frenesia senza riposo, le mie corse per ingannare l’attesa. Qui, negli occhi bassi di Nandini , riposa per un pò la mia inquietudine. Il giorno della mia partenza per la prima volta si siede a tavola con noi. L’ordine è stato stravolto!Cerco con un pò di apprensione di frugare nel suo sguardo e vi ritrovo l’armonia di un mosaico in cui ogni tessera continua ad essere al suo posto, senza strappi e senza rinunce. Adesso so che indosserà i miei orecchini, magari per gioco, ma che deciderà lei quando aprire quel cassetto.
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